Oggi sarò al Bois du Cazier, per il settantesimo anniversario di una delle pagine più dolorose della storia dell'emigrazione italiana. Ci sarò con una delegazione di aclisti del Belgio e dell'Europa centrale, e non è un caso: le ACLI erano già lì, in quelle miniere, molto prima che l'8 agosto 1956 diventasse una data che tutti conosciamo.Erano le 8.10 del mattino quando un incendio, scoppiato a quasi mille metri di profondità per un banale errore nella manovra degli ascensori, riempì di fumo e gas tossici tutta la miniera del Bois du Cazier. Morirono 262 minatori di dodici nazionalità diverse: 136 erano italiani, 95 belgi, gli altri arrivati da mezza Europa. Rimasero 417 orfani, 224 dei quali italiani. Erano il prezzo umano di un accordo firmato appena dieci anni prima, nel giugno 1946, tra un'Italia uscita sconfitta e distrutta dalla guerra, bisognosa di carbone per far ripartire la propria industria, e un Belgio che aveva bisogno di braccia per le proprie miniere: almeno cinquantamila nostri connazionali si trasferirono nelle miniere belghe in cambio di quel carbone.Le ACLI, costituite appena due anni prima di quell'accordo, non lasciarono partire quei treni senza nessuno che si occupasse di chi ci saliva sopra. Fin dal 1947 i nostri servizi di patronato erano già attivi in Belgio: aiutavano chi non conosceva la lingua, non sapeva leggere un contratto, non aveva idea di come muoversi in un paese che li accoglieva solo perché aveva bisogno delle loro braccia, non della loro dignità. Erano italiani poveri, con basso livello di istruzione, impiegati nei lavori più duri e pericolosi, circondati spesso da disprezzo xenofobo. Esattamente come lo sono, ai nostri occhi spesso ciechi, i migranti che arrivano oggi da altre latitudini. Li abbiamo scacciati e vituperati con le stesse parole con cui, settant'anni fa, i belgi guardavano i nostri padri e i nostri nonni scendere in miniera.Alle famiglie delle vittime andò ben poca riconoscenza: molte tornarono in Italia con risarcimenti irrisori, altre scelsero di restare e inserirsi del tutto nel paese d'adozione. Le ACLI, insieme ad altre associazioni, si batterono con successo perché quella memoria non si perdesse, impedendo, ad esempio, che sul luogo della tragedia si costruisse un centro commerciale, come qualcuno aveva pianificato con rara insensibilità. Oggi lì sorge invece un museo e un memoriale dedicato alle vittime.Fu proprio da quel sangue versato che nacque qualcosa di più grande. La tragedia di Marcinelle diede la spinta finale e decisiva alla redazione, a Roma nel 1957, dell'articolo 48 del Trattato che istituì la Comunità Economica Europea: la libera circolazione dei lavoratori, senza discriminazioni legate alle nazionalità. Quella libertà di muoversi per lavorare, che ai minatori di Marcinelle non fu concessa, è oggi uno dei pilastri su cui si fonda l'Unione Europea. Metterla in discussione con la leggerezza con cui talvolta la sento contestare non è solo una follia storica, è un'offesa diretta a chi ha versato il proprio sangue per l'Italia di allora e per l'Europa che ne è nata.Oggi il carbone non si estrae più né in Italia né in Belgio. Ma la logica che portò a Marcinelle non è scomparsa: si è spostata nel cobalto del Congo, nel litio dell'America Latina, nelle terre rare della Cina, del Myanmar, del Madagascar, ovunque il pianeta continui a fornirci strumenti indispensabili al prezzo del corpo di chi li estrae. La domanda resta identica a settant'anni fa: chi paga, con il proprio corpo, il prezzo del benessere di qualcun altro?Andare a Marcinelle, questa settimana, non è solo un atto di pietà verso i nostri connazionali. È rinnovare l’attenzione sulle norme che tutelano dignità e sicurezza del lavoro, soprattutto quello dei migranti che vengono dal Sud del mondo perché non restino sulla carta, ma diventino affermazione della dignità di ogni persona.