Ci sono date che appartengono alla storia e date che continuano ad appartenere alla vita delle persone. L’8 agosto 1956 rappresenta per me entrambe le cose. È una delle più grandi tragedie del lavoro della nostra storia europea ma, al contempo, per chi come me viene da una terra come l’Abruzzo, questa data è anche memoria delle nostre famiglie, dei nostri paesi, delle nostre comunità. A Marcinelle, settanta anni fa, morirono 262 minatori di 12 nazionalità. Di questi, 136 erano italiani e 62 abruzzesi. Da Manoppello ad esempio, nell’entroterra pescarese, partirono quaranta uomini e nessuno di loro riuscì a fare ritorno.

Questa è una vicenda che ci riguarda particolarmente. L’Abruzzo ha conosciuto a lungo l’emigrazione come necessità e speranza; e generazioni di uomini e donne hanno lasciato le nostre montagne per cercare lavoro altrove. Il lavoro offriva loro la possibilità di costruire una casa, una famiglia, consegnare un futuro nelle mani dei propri figli. Tuttavia, Marcinelle ci ricorda ancora oggi quanto quella speranza sia fragile se non tutelata da diritti e sicurezza.

Come quegli uomini, anche mio nonno era partito per lavorare. Non per rischiare la vita. E proprio questa distinzione è il cuore dei progressi che dobbiamo fare quando parliamo di morti e incidenti sul lavoro. Nonostante Marcinelle appartenga a un’altra epoca e a un mondo del lavoro diverso, non al passato appartiene la domanda che questa tragedia ci consegna: quanto vale la vita di una persona quando entra nel luogo di lavoro? Nessuna morte sul lavoro potrà mai essere una fatalità, un prezzo da pagare.