L’8 agosto 1956, settant’anni fa, nella miniera di Bois du Cazier di Marcinelle, distretto di Charleroi in Belgio, una delle più terribili tragedie del lavoro italiano in terra straniera scosse le coscienze in Italia e in Europa. Morirono 262 minatori di 12 nazionalità diverse. 136 erano italiani, e quelle morti lasciarono a casa 417 orfani di cui 224 italiani. A provocare la strage fu un incendio. Probabilmente una scintilla nata da un vagoncino di carbone che urtò incidentalmente una trave d’acciaio; l’incendio divampò a -975 m. Uno dei superstiti disse: siamo scesi all’inferno. Un’espressione drammatica che dava l’idea di quanto era accaduto. La tragedia aprì uno squarcio potente sull’emigrazione italiana e sulle caratteristiche dello sfruttamento dell’epoca da parte delle compagnie carbonifere belghe.

Molti italiani erano andati a lavorare nelle miniere belghe perché indotti da un’abile campagna propagandistica che prospettava quella scelta come quella più opportuna e utile da fare. I bar e i muri delle piazze dei piccoli comuni del Nord e del Sud erano inondati da manifesti rosa che invogliavano a far la valigia al più presto e partire per le miniere belghe.

Non basta ricordare Marcinelle: un impegno europeo contro le morti sul lavoro