Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiLa riforma del servizio civile universale (Scu) potrà incidere davvero sui territori se riuscirà a semplificare le procedure, chiarire le responsabilità tra enti titolari ed enti di accoglienza e soprattutto se saprà misurare ciò che i progetti producono per i giovani e per le comunità.
Il disegno di legge
Il ddl n. 1953, già approvato dalla Camera, delega il Governo a riscriverne alcuni passaggi decisivi oggi regolati dal dlgs 40/2017. Se passerà in Senato, entro sei mesi dovranno essere riviste la programmazione, l’iscrizione all’albo, la presentazione e la valutazione dei progetti, i controlli, il monitoraggio dei risultati, la certificazione delle competenze e le cause di esclusione degli operatori volontari. È dunque nei decreti di attuazione che si capirà quale sarà la direzione della riforma.
Un sistema più accessibile
Il primo tema riguarda l’accessibilità del sistema, che dovrà essere ampliata senza ridurne la qualità. Oggi molti piccoli comuni ed enti del terzo settore (Ets) partecipano al Scu attraverso enti titolari più strutturati, perché non dispongono dei requisiti organizzativi richiesti per l’accreditamento, tra cui un numero minimo di sedi, figure responsabili della formazione, della gestione, della sicurezza e dei controlli. Sono però proprio questi soggetti locali a conoscere più da vicino i bisogni delle comunità.






