L’ultima stravaganza di Francesco Guccini, morto ieri a 86 anni nella sua Pàvana, risale al 2020, quando in epoca Covid comparve il 25 aprile in felpa rossa in un piccolo video incoraggiato da Carlin Petrini: con una vocina ormai flebile, ma piglio deciso, cantava una versione riveduta di Bella Ciao. «Mi è venuto il ghiribizzo di cambiare le parole – spiegò – così ci metto ’O Partigiano portali via’». Citava Berlusconi, Salvini e Meloni, che si arrabbiò tantissimo: «Mi ha definito un seminatore d’odio perché l’ha interpretata come ’Portali a piazzale Loreto’ mentre io pensavo a Berlusconi con le fidanzate, Salvini al Papeete e lei a spezzare le reni alla Grecia». Meloni, che lo aveva anche invitato invano ad Atreju, oggi assicura: «Continuerò a cantare le sue canzoni, e a ringraziarlo per averci regalato delle emozioni. Anche se forse non ne sarebbe contento».
Addio a Francesco Guccini, con la sua musica dava parole a una parte di noi
D’altronde fra l’Italia intera e il Maestrone – come veniva chiamato per la stazza – c’è una trama di amore reciproco, testimoniata dall’applauso bipartisan alla Camera e intessuta di una colonna sonora che non fa riserbo di pensieri, riflessioni amare, storie vere o verosimili intessute con il suo tipico linguaggio colto. Un po’ era rimasto in gola, a Guccini, di non aver potuto frequentare il liceo classico, dovendosi accontentare delle Magistrali («il liceo dei poveri e degli indecisi», disse) per via della sua estrazione sociale: ma era stato anche, uno stimolo alla lettura. E tuttavia, la gioventù dell’epoca aveva per lo più saputo della sua esistenza solo grazie ai Nomadi, che nel 1967 esplosero nei juke box con Dio è mort o, scritta dal Maestrone due anni prima, con ispirazione a L’urlo, testo di Ginsberg, e al Nietzsche della Morte di Dio per il titolo. Roba alta, che suscitò un vespaio al punto che la Rai la censurò come blasfema mentre la più colta Radio Vaticana incominciava a trasmetterla. Brano in sintonia con le inquietudini degli studenti e si inseriva nel filone della canzone di protesta: appena partito, Guccini era già arrivato al cuore dei problemi della sua epoca inquieta. Dopo l’infanzia a Pàvana, passò un periodo a Modena, dove aveva tentato alla Gazzetta di fare il giornalista (suo maestro fu Minucci, poi caposervizio alla Stampa a Torino), iniziando una sgangherata esperienza con una band locale, prima di trasferirsi nel ’61 a Bologna, iscrivendosi all’Università che non finì mai. Ormai la musica era nel suo sangue, e guardando all’esperienza torinese dei Cantacronache prima e a Bob Dylan poi, trovava la strada: una canzone scritta per Caselli e Cinquetti fu bocciata a Sanremo, rendendo più netto il suo percorso.










