Ci sono confini che si attraversano senza accorgersene, e sono quasi sempre i più importanti. Il mio è passato in un giorno da tre traghetti, tra il molo di un’isola e il molo di un’altra, mentre sui cartelli stradali il finlandese scivolava via una scritta alla volta. A Turku ogni via porta due nomi, prima in finlandese e poi in svedese, eredità dei sei secoli in cui questa era la provincia orientale del regno di Svezia.

Il viaggiatore impara presto il gioco degli sdoppiamenti. Turku è anche Åbo, Nauvo è Nagu, Korpo è Korppoo, e perfino la parola via si sdoppia, katu da una parte, gatan dall’altra, incollate nello stesso cartello come una coppia che ha imparato a convivere. Man mano che si pedala verso ovest le proporzioni si invertono, lo svedese sale di riga, il finlandese scende, finché a un certo punto — nessuno ti avverte, nessuno ti timbra niente — il finlandese sparisce del tutto. Sei nelle isole Åland, e sei entrato nel territorio più curioso d’Europa senza incontrare una garitta. Da noi i cartelli bilingui hanno spesso bisogno di qualcuno che li corregga nottetempo con la vernice. Qui li lavano e basta. Vale la pena spiegare dove mi sono catapultato, a metà luglio, perché le Åland sono una di quelle anomalie che i manuali di diritto internazionale citano e i viaggiatori ignorano.