C’è un romanzo finlandese, “L’anno della lepre” di Arto Paasilinna, in cui un giornalista di mezza età investe per strada una lepre, scende dall’auto per soccorrerla e non torna più. Lascia l’amico con cui viaggia, il giornale, la moglie, Helsinki, e sparisce nei boschi con la lepre in tasca. L’ho ascoltato in cuffia durante la mia settimana in bici nell’arcipelago delle Åland. Anch’io sono un giornalista partito verso i boschi finlandesi. Solo che la mia fuga prevedeva voucher numerati, una bicicletta prenotata da tempo, cene incluse nel pacchetto, il biglietto di ritorno in business e l’indispensabile, generoso via libera di mia moglie.

Il mio viaggio in solitudine

Il protagonista del romanzo, Vatanen, molla tutto per una lepre. Io per sei giorni di libertà, molto ben organizzati. Ma su una cosa, quella essenziale, il mio viaggio e il suo sono identici: nella solitudine. Non per mancanza di compagnia, ma per scelta. E anche a me, come a Vatanen, non è stato semplice farne capire il senso a chi me lo chiedeva, agli amici che domandavano increduli: “Ma vai da solo?”, con il sottotesto, omesso solo per educazione: “Insomma, hai una certa età, vai in una terra dove non troverai anima viva…”. Il punto, al netto dell’anagrafe, è che la solitudine ha una pessima reputazione. La si confonde spesso con l’isolamento, che ne è la caricatura triste. Io cercavo solo una condizione che non ti separa dal mondo, ma ti ci fa stare dentro con la testa accesa; che restituisce il tempo di seguire un pensiero fino in fondo, di ascoltare quello che c’è invece di riempirlo di voci e rumori. Chi fa il nostro mestiere — e, diciamola tutta, qualunque mestiere si faccia oggi — vive immerso nelle parole degli altri e nelle proprie. È quasi impossibile conquistare il silenzio, e assaporarlo non come una privazione ma come una forma di igiene. Era proprio questo il programma del viaggio: una settimana di pulizia uditiva, prima ancora che mentale, in un arcipelago dove il silenzio è lo stato naturale delle cose.