A volte gli eroi non si vedono. O semplicemente non si conoscono. Matteo Patrone è il vicepresidente di un’istituzione di cui si parla poco ma che tanto agisce dietro le quinte. Un compromesso alla volta. Si tratta della Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, con sede a Londra, creata dopo la Guerra fredda per aiutare la transizione dei Paesi comunisti a economie di mercato, con gli Usa come principale azionista (erano altri tempi) e poi i Paesi del G7, l’Unione europea, la Banca europea degli investimenti e il resto del vicinato per un totale di 77 membri. L’Italia è uno dei suoi membri fondatori e dal 1992 ha fornito 178 milioni di euro, diventandone uno dei maggiori donatori bilaterali. La Berd ha attivi totali per oltre 93 miliardi di euro e quasi 17 miliardi di investimenti annuali.Trent’anni più tardi qual è la sua missione?«La missione non è cambiata. Accompagniamo lo sviluppo sostenibile delle economie e delle aziende private. Certamente le condizioni sono più complesse di allora a causa di tanti fattori come la transizione energetica, la governance economica, la competitività sui mercati globali, l’inclusione di fattori sociali e di integrazione regionale».Un esempio concreto?«La transizione energetica è molto importante e si interseca con priorità di autonomia energetica e di sicurezza nazionale. Molti dei Paesi che sosteniamo importano energia e la diversificazione è più importante che mai. Inoltre il settore delle rinnovabili è fondamentale nei Paesi del Mediterraneo, come l’Egitto, che ha un potenziale enorme, nel solare, nell’eolico, nel settore agricolo, in quello tecnologico con i data center che hanno sinergie con il settore energetico».La Banca può essere considerata uno strumento geopolitico dell’Europa?«Uno strumento no perché abbiamo un azionariato diffuso con 77 Stati nazionali oltre alla Bei e alla Ue. Però i fattori geopolitici sono rilevanti nei Paesi in cui operiamo e ne dobbiamo tenere conto. Inoltre forniamo gli strumenti alle aziende per fare fronte alle nuove tendenze geopolitiche e geoeconomiche».In che modo l’Italia è attiva nella Banca?«L’Italia è uno degli azionisti principali con l’8 per cento del capitale ed è anche uno dei partner più importanti di investimento con circa 30 miliardi complessivi nel corso degli anni. Per l’Ucraina abbiamo investito 200 mln di euro e offerto assistenza tecnica alle imprese. Abbiamo dato altri 10 milioni per finanziare la filiera agroalimentare. Ucraina a parte, l’Italia è molto presente nei Balcani occidentali. È l’unico Paese che contribuisce al fondo per l’Iniziativa dell’Europa Centrale (Cei) istituito nel 1992 che aiuta l’integrazione dei Paesi non europei dell’Europa orientale».Quali sono i criteri che guidano le vostre decisioni di investimento?«Innanzitutto cerchiamo investimenti con una base commerciale, una prospettiva di redditività a prescindere da noi. In secondo luogo, il nostro intervento deve essere sempre in aggiunta a quello del settore privato che da solo non ce la farebbe a causa di tempi lunghi o di rischi eccessivi. Ma se i privati possono fare tutto da soli allora non c’è motivo di intervenire. Infine il nostro sostegno deve avere un impatto, migliorando il valore aggiunto».Quale è stata la decisione più difficile che la Banca ha dovuto prendere all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina?«Quella di continuare a sostenere l’economia reale ucraina in un frangente in cui nessuno sapeva se il Paese avrebbe retto. C’è stata un’ampia discussione e alla fine il Cda ha dato un mandato forte per continuare ad aiutare i clienti. Anzi gli azionisti hanno deciso di sostenere ulteriormente le aziende del Paese tramite un aumento di capitale da 4 miliardi di euro da investire lungo cinque direttive: il sostegno energetico, quello agli interventi su infrastrutture, trasporto, logistica e servizi locali come il teleriscaldamento, perché la questione dell’elettricità e dell’acqua sono intrecciate. Poi l’agribusiness, il settore privato e il sostegno all’import-export attraverso l’offerta di garanzie per le banche. Il sistema imprenditoriale deve sopravvivere alla guerra perché fornisce impiego, sostiene il gettito fiscale e, in prospettiva, fornirà la base per la ricostruzione dell’economia. È fondamentale sostenere le imprese sia con capitale circolante che a lungo termine».Quanti fondi state destinando all’Ucraina?«Oltre 10 miliardi e mezzo in 250 progetti che derivano per l’85 per cento dal settore privato, di cui 1,4 miliardi nel 2026. Il comparto prevalente, al 35 per cento, è quello energetico: idroelettrico, rinnovabili, impianti a gas e il sistema di trasmissione, il primo a essere colpito dai raid russi. I soldi servono a ripristinarli. Gli operatori ucraini li conoscevamo già da prima del conflitto. Nell’estate del 2022 abbiamo iniziato a fornire liquidità e poi abbiamo dato finanziamenti più sostanziosi a supporto della ricostruzione della rete di Ukrenergo, la società equivalente della Terna italiana. L’altra parte dell’attività è stata quella di aiutare grandi società come Ukrhydroenergo perché continuassero con la produzione. Il messaggio politico è importante: sostegno incondizionato dei partner internazionali, che infatti hanno confermato l’apertura del primo cluster verso l’adesione alla Ue».La Banca continua a investire mentre l’Ucraina è in guerra: come valutate il livello di rischio?«Il livello di rischio cambia costantemente e noi lo monitoriamo. Per fare fronte a un tasso di rischio superiore a qualsiasi altro mercato abbiamo avuto bisogno dell’aumento di capitale. I nostri interventi con le aziende sono volti a mitigare il rischio, per esempio trasferendo la produzione dall’Est all’Ovest del Paese o favorendo l’export con interventi sulla catena logistica o sul sistema energetico. E in ogni caso la nostra presenza abbassa il livello di rischio».Stiamo entrando in una nuova era definita dal protezionismo e dalla rivalità geopolitica?«La tendenza è iniziata col Covid che ha rotto le catene del valore globali. Il near-shoring, ovvero il riavvicinamento delle catene produttive, è nato in quel momento, poi la frammentazione geopolitica ha fatto il resto. Si tratta di sfide notevoli ma anche di opportunità, come testimoniano alcune aziende del Medio Oriente e dell’Europa orientale. Siamo in un’epoca entropica con enorme volatilità e abbiamo bisogno di resilienza: il ruolo della Berd è cruciale per mitigare il rischio».L'Europa sta investendo abbastanza per restare competitiva?«La frammentazione le impedisce di avere la massa critica necessaria. Ci sono 10mila miliardi di euro a disposizione del sistema europeo, i soldi non mancano, ma non sono investiti in maniera efficace. Una maggiore propensione al rischio e un mercato unico degli investimenti sono priorità urgenti».Il conflitto a Gaza e l’instabilità regionale ha cambiato l’atteggiamento degli investitori?«Non siamo operativi a Gaza ma in Cisgiordania, dove lavoriamo soprattutto con il sistema bancario che finanzia le Pmi e con investimenti in piccole aziende e fondi di venture capital. Dal 2017 abbiamo fornito 209,5 milioni di euro, oltre la metà dopo l’inizio della guerra a Gaza. La situazione è pericolosa ma non può fermare l’operatività di un’istituzione come la nostra che deve intervenire esattamente nelle situazioni di maggiore criticità. Il rischio ha raggiunto livelli elevatissimi, la prevedibilità della regolamentazione del mercato è quasi scomparsa, le banche locali hanno grosse difficoltà a operare e tutto il sistema logistico è complesso. Noi continuiamo a sostenere l’economia locale perché non vi sia un crollo. Lavoriamo a stretto contatto con le autorità israeliane (azionisti della Banca) per assicurarci che ci siano le condizioni per operare. A Gaza invece non ci sono le condizioni di sicurezza e nemmeno quelle economiche per investire. Ma potremmo essere utili in fase di ricostruzione».
Una banca per tempi imprevedibili - L'intervista a Matteo Patrone
Il vicepresidente dell'istituto per la ricostruzione e lo sviluppo racconta il sostegno all’Ucraina, il ruolo dell’Italia tra i maggiori azionisti e le sfide di






