di Nicolantonio Agostini
Con il suo libro L’ecologia dei conservatori Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia e co-presidente del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), prova a dimostrare che la tutela dell’ambiente appartenga naturalmente alla cultura conservatrice. L’idea è suggestiva: se i conservatori vogliono custodire tradizioni, identità e patrimonio storico, dovrebbero essere anche i primi difensori della natura.
Peccato che la storia racconti una vicenda molto diversa.
Colpisce, anzitutto, che questa rilettura dell’ecologia provenga da un politico laureato in Giurisprudenza e non da uno studioso delle Scienze naturali, e in particolare dell’Ecologia. Naturalmente non è necessario essere ecologi per scrivere un saggio sull’ambiente. Ma quando si propone una ridefinizione del significato stesso dell’ecologia, il confronto con decenni di ricerca scientifica diventa imprescindibile. Da ecologo comportamentale, ritengo invece che il libro presenti una visione più ideologica che scientifica, nella quale la tesi politica sembra precedere l’analisi dei fatti.
L’equivoco di fondo consiste nel confondere il verbo “conservare” con il conservatorismo politico. Storicamente, la destra non è nata per proteggere gli ecosistemi, ma per preservare un determinato ordine sociale: la proprietà privata, le gerarchie economiche, la famiglia patriarcale e i rapporti di potere consolidati. Più che la natura, ha difeso il sistema di interessi costruito attorno al suo sfruttamento. Non è un caso che il conservatorismo moderno affondi le proprie radici nella difesa della grande proprietà fondiaria. La terra non rappresentava un bene comune da custodire, ma una fonte di ricchezza e dominio. Conservare significava mantenere intatti quei rapporti sociali, non limitare lo sfruttamento delle risorse naturali.






