Oggi è morto Francesco Guccini: nel libro Playlist il peraltro direttore editoriale del Post, Luca Sofri, aveva raccolto dieci canzoni e dieci versi fra i più belli e rappresentativi del grande cantautore.
Da quando non c’è più Fabrizio De André, facendo un consuntivo dei grandi cantautori italiani, quello che è rimasto il più grande, a cui non si può rimproverare niente, e che con le parole ci sa fare più di tutti, è Francesco Guccini. E guardate che non sono mai stato un fedelissimo di Guccini: non vado ai suoi concerti da decenni, non sollevavo il pugno chiuso quando chiudeva cantando “La locomotiva”, non ho letto i suoi libri, e trovo la sua mistica dell’osteria emiliana un po’ retrò e la sua retorica dell’integrità un po’ noiosa. Ma un suo verso non mi ha mai fatto cadere le braccia, mai. E invece sono decine i suoi versi nati con la camicia, le parole che si sciolgono in bocca.
Un altro giorno è andato (L’isola non trovata, 1971)
“Si è spenta la fontana, si è ossidata la campana”
“Fugge un cane come la tua giovinezza” è una delle cose più deprimenti che siano mai state scritte in faccia alle nostre giornate buttate via quando pensavamo di potercelo permettere.










