TREVISO Se non fosse stato per Filippo Murgia, operaio, figlio del comandante dei vigili del fuoco di Calceranica e a sua volta ex volontario, H.N. sarebbe morto lì, nelle profondità del lago di Caldonazzo, senza più riemergere e venire assistito dalla sua famiglia: ora il quarantaduenne nepalese che martedì - nel tentativo di salvare il figlioletto di 4 anni - ha rischiato di affogare a cinque metri di profondità in Alta Valsugana, è ancora in condizioni critiche. Oltre alla mancanza di ossigeno sopportata per diversi minuti, ad aggravare la sua condizione c'è il quantitativo d'acqua ancora presente nei polmoni. I medici del reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Trento stanno cercando di fare di tutto per riuscire a salvarlo dal limbo d'incoscienza in cui si trova. Le speranze sono ancora poche, lontane. Ma senza Filippo non ne avrebbe avuta nessuna. Quando il bambino del quarantaduenne nepalese è stato messo in salvo e si è capito che il padre mancava l'appello, Filippo è stato il primo a comprendere cosa fosse accaduto.
Bambino di 3 anni sfugge alla mamma e viene investito sulle strisce: è gravissimo in ospedale VIDEO Il salvataggio Nuotatore esperto, Filippo Murgia può contare su una buona preparazione alle spalle: ha conseguito il brevetto subacqueo di secondo livello e frequentato un corso di apnea di primo livello. «Porto sempre con me la maschera quando vado al lago: ieri è stata decisiva per individuare il corpo - ha spiegato martedì stesso al quotidiano "L'Adige". - L'acqua era limpida, ma il papà si trovava già sul fondo, tra i cinque e i sei metri di profondità. Senza maschera sarebbe stato difficile vederlo chiaramente. Appena l'ho individuato sono tornato in superficie per prendere fiato, poi mi sono immerso di nuovo per raggiungerlo. Era prono, a pancia in giù, privo di sensi. Sono risalito ancora una volta per respirare e poi sono ridisceso: sono riuscito ad afferrarlo, sollevandolo per una gamba e stringendolo al fianco mentre con l'altra mano mi spingevo verso l'alto. Negli ultimi metri altri bagnanti mi hanno dato una mano, permettendoci di portarlo a riva il più velocemente possibile». Ancora scosso nel pomeriggio, Murgia ha raccontato: «È stato impegnativo, non solo fisicamente ma soprattutto dal punto di vista emotivo. Vedere un padre e suo figlio in quelle condizioni è qualcosa che non si dimentica facilmente. Speriamo davvero che ce la facciano».Emilio Faraon salva il papà 84enne dal fuoco trascinandolo fuori dalla cucina: «Un inferno, ma ci sentiamo miracolati: abbiamo rischiato di morire entrambi» A casa La famiglia nepalese vive a Treviso, nel quartiere di San Lazzaro, ed era in visita ad alcuni parenti residenti nel Bassanese. Sarebbero dovuti rimanere circa una settimana e mezza, prima di fare rientro nella Marca. Originari di Katmandu, i genitori si erano stabiliti nel capoluogo trevigiano per costruire il proprio futuro e offrire nuove opportunità al figlio in arrivo. Il piccolo di quattro anni era nato all'ospedale Ca' Foncello di Treviso e a breve avrebbe iniziato a frequentare l'asilo. I vicini di casa descrivono la famiglia come molto riservata, ma profondamente unita. Il papà veniva visto spesso ad accompagnare i figli al parco giochi della Ghirada, uno dei luoghi frequentati abitualmente dalla famiglia.In questi giorni, nell'abitazione di via Terraglio non c'è nessuno. In cortile sono rimasti i giochi del bambino, in attesa del suo ritorno. Dopo aver appreso quanto accaduto martedì, alcuni parenti e conoscenti della comunità nepalese hanno raggiunto la famiglia a Trento per stare accanto al padre, ricoverato in gravi condizioni. Alcuni vicini li avevano visti partire nei giorni scorsi, felici di trascorrere qualche giorno insieme in vacanza. Quella di martedì doveva essere una giornata di festa e spensieratezza, una gita in famiglia, ma nel giro di un secondo, per una vana distrazione, si è trasformata in un incubo.








