di
<b>Paolo Valentino</b>
Pubblicata a metà luglio sulla rivista «PLOS Biology», questa nuova analisi offre una base inedita e rigorosa all’intuizione del grande scrittore
Al Grand Hotel di Cabourg, dove nella stanza 414 Marcel Proust scrisse molte pagine della sua Recherche, ve le offrono ancora al mattino, morbide e fragranti. Erano le «madeleines» a scatenare in lui «l’immenso piacere» dei sensi, riportandolo indietro nel tempo: «Il gusto – scriveva – era quello del piccolo pezzetto di madeleine che mia zia Lèonie mi dava la domenica mattina a Combray, dopo averla inzuppata nella sua tazza di tè o d’infuso floreale». Da allora, la «madeleine proustiana» è diventata codice d’accesso a felici memorie d’infanzia, quando un gusto o un odore ce le restituiscono precise e piene d’emozione.
Finora, si è sempre trattato soprattutto di una bellissima suggestione letteraria. Ora però uno studio del Centro nazionale francese per la Ricerca dice che anche la scienza dà ragione a Proust. Pubblicata a metà luglio sulla rivista PLOS Biology, l’analisi offre infatti una base inedita e rigorosa all’intuizione del grande scrittore.






