Lo chiamano “fast fashion”, è il sistema ormai consolidato di produrre capi d’abbigliamento con rapidità e a basso costo che vengono introdotti sul mercato a ritmo continuo, acquistati e poi buttati via e sostituiti con quelli nuovi, una moda che alimenta il consumo “usa e getta” e genera una quantità immensa di spazzatura (spesso tossica, fatta di fibre sintetiche) e un inquinamento diventato insostenibile.

Soltanto in Europa – spiega Assoutenti - ogni anno si fanno «circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Compriamo molti più vestiti rispetto a vent’anni fa, li utilizziamo per meno tempo e li eliminiamo sempre più in fretta. Il fenomeno del fast fashion ha un impatto ambientale sempre più pesante. Di fronte a questa crescita dei rifiuti, per anni si è verificato uno squilibrio evidente: le aziende producevano e vendevano i loro capi, mentre il costo della raccolta e della gestione dei rifiuti ricadeva in larga parte sui Comuni e, quindi, sulla collettività».

L’Europa ora ha deciso di cambiare questa impostazione introducendo anche per il settore tessile il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR – Extended Producer Responsibility). Dal 19 luglio scorso, in base al Regolamento Ue sull'Ecodesign, le grandi aziende non possono più buttare o distruggere scarpe, accessori e vestiti nuovi rimasti invenduti, devono favorire il riuso, la donazione o il riciclo dei prodotti e dichiarare quanti beni invenduti scartano ogni anno. Le stesse regole si estenderanno alle medie imprese dal luglio 2030.