Uno dei fatti universalmente noti ma a cui è più difficile credere, parlando di musica, è che tra il primo disco dei Beatles e l’ultimo passarono solo 7 anni. La carriera della band più famosa e amata della storia della musica si può dividere in diversi modi, ma il più grossolano distingue i primi Beatles, quelli del travolgente successo mondiale raggiunto con formidabili canzoni d’amore, e i secondi Beatles, quelli delle sperimentazioni e del massimo fervore creativo di John Lennon e Paul McCartney.

A segnare il passaggio tra le due fasi furono due dischi, Rubber Soul del 1965 e Revolver, che uscì il 5 agosto del 1966, sessant’anni fa. E a chiudere Revolver era una delle canzoni più amate dai veri beatlesiani, che anticipò la successiva fase psichedelica e quello che sarebbe arrivato nei dischi successivi: la ricerca di stati di coscienza alterati, la fascinazione per le filosofie orientali, l’influenza della musica indiana alla ricerca di nuove possibilità espressive attraverso tecniche di registrazione avveniristiche per i tempi, come nastri invertiti, sovraincisioni, loop ed effetti elettronici.

L’idea di “Tomorrow Never Knows” venne a John Lennon. Nell’aprile del 1966 visitò la libreria della galleria d’arte londinese Indica insieme a McCartney, nella speranza di imbattersi in qualche libro che potesse stimolare la sua creatività. Inizialmente Barry Miles, il proprietario della libreria, gli consigliò un saggio sulla filosofia di Friedrich Nietzsche. Un famoso aneddoto racconta dell’imbarazzo di Lennon quando scoprì che pronunciava male quel nome.