Cosa non si fa per amore dei propri cari animali, sentinelle del calore familiare; dalla ciotola alla tomba. Quando è morta Snoppi, gattina dal mantello bianco e nero (“tuxedo”, così negli Usa per indicare questo genere di pelo) carattere determinato, zampata in grado di competere con il colpo del drago di Bruce Lee, non ho potuto fare a meno di mettere il suo corpicino, pietosamente, in un sacco per poi raggiungere l’allora funzionante canile di Porta Portese, affinché Snoppi potesse era lì incenerita. “Termodistruzione”, è in verità il termine tecnico segnato sul certificato di morte che mi consegnarono. Anche Carmelo Bene racconta qualcosa di simile in un libro-intervista scritto con Giancarlo Dotto, accompagnando il proprio cordoglio per un gatto che gli teneva compagnia nella sua casa romana di via Aventina; che Bene racconta di avere amato più d'ogni altra creatura al mondo.
Il medesimo luogo dove, sempre un tempo, finivano, in cattività, sistemati all’interno di anguste cellette buie protette da un’inferriata, le creature a quattro zampe in fuga, una volta sorprese in strada dagli “accalappiacani”, addobbati con tristissimi camici grigi, e prontamente catturati. Anche Flike, il meticcio di “Umberto D.”, capolavoro di Vittorio De Sica, appare ospite dello stesso luogo sinistro.






