Uber coltiva l’immagine di azienda impegnata nella protezione delle donne, con video formativi per i conducenti in cui si spiega che la violenza sessuale non può essere mai considerata colpa di chi la subisce.
Il New York Times ha condotto un’inchiesta basata sulle pagine di documenti giudiziari rivelando una realtà diversa, fatta di strategie difensive aggressive che puntano a minare la credibilità delle vittime di abusi, formulando domande umilianti ed entrando con veemenza nel loro passato e nella loro sfera privata.
Il contrasto tra le dichiarazioni dei vertici aziendali e il comportamento degli avvocati di Uber traccerebbe un quadro in cui il trauma delle vittime diventerebbe una variabile da gestire per proteggere il bilancio e l’integrità del marchio.
Uber, come riporta il NYT, deve attualmente far fronte a oltre 4.000 denunce (anche se le aggressioni sessuali subite dai passeggeri sarebbero di più). Si tratta di cause civili in cui le vittime chiedono un risarcimento per la presunta negligenza dell'azienda, e solo in una parte dei casi il conducente è già stato condannato in sede penale.
Le domande per screditare le vittime






