Avete in mente quando scorrendo su TikTok trovate un video molto divertente e lo mandate a qualche parente e invece che rispondere «MORTO!» - o ancora meglio l’emoji di una bara - risponde «non ho capito, chi sono quelle persone nel video? Le conosco?». Se siete voi quel parente, mi dispiace per questa doccia gelata di realtà, ma l’età inizia a farsi sentire.Alla fine, le differenze di generazione non si vedono solo dall’età ma soprattutto dal linguaggio e dalle reference. Insomma un cortocircuito quotidiano continuo: io nomino Jacob Elordi e ricevo in risposta sguardi persi nel vuoto, ma l’istante dopo un collega cita Amici miei (uscito nel 1975, non ero ancora nata...) o fa un riferimento ai «paninari» dando per scontato che io sappia di cosa si parli (spoiler, ho dovuto chiedere a ChatGpt mentre sorridevo facendo finta di capire). Allo slang degli anni ’80 io rispondo con il nostro linguaggio, definendo un commento troppo cringe, una situazione overstimulating e di essere un’overthinker cronica ma, ancora una volta, mi viene chiesto se parlo in aramaico e di non utilizzare l’inglese, perché «l’italiano è una lingua magnifica». Vero, la nostra lingua è molto bella, ma non significa che il vocabolario che usiamo noi Gen Z abbia la scadenza di uno yogurt. Gli stilemi vintage non sono medaglie al valore, ma termini tanto incomprensibili quanto i nostri. Con una differenza: di vocabolari Gen Z ormai se ne trovano ovunque, basta chiedere ai figli, ai nipoti o scaricare TikTok per farsi un’idea e vi conviene abituarvi. Oppure, come diciamo noi, let him cook. Se non fosse ancora chiaro, parola di Gen Z.
Accettate il nostro slang
Pubblichiamo la 3ª puntata del Dizionario della “Gen Z”, i ragazzi cresciuti tra smartphone e social. Con un linguaggio spesso sconosciuto agli adulti. Si ringraziano gli autori Daniele Busi e Luca Torresan della società Value Partners www.valuepartners.com






