Con l’ambasciatore Luca Attanasio anche mio fratello Vittorio ha perso la vita mentre adempiva ai suoi doveri di servitore dello Stato. E anche la sua famiglia merita rispetto». Parole ferme quelle di Dario Iacovacci, fratello del carabiniere ucciso in un agguato nella Repubblica democratica del Congo il 22 febbraio del 2021 mentre faceva da scorta al diplomatico italiano.All’indomani dell’incontro tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i genitori di Attanasio, pur evidenziando l’importanza del «gesto», un segnale di attenzione verso una famiglia che da 5 anni attende verità e giustizia, Iacovaccci esprime il suo rammarico per una certezza giudiziaria che tarda ad arrivare. «La Repubblica vi è vicina. Faremo di tutto per la ricerca della verità», ha detto il Capo dello Stato, salutando Salvatore e Alida Attanasio al termine della cerimonia per i 50 anni dalla tragedia di Seveso. «Un gesto che rispetto profondamente – insiste il fratello del carabiniere –. Ma quel giorno, in Congo, non è stato ucciso solo un ambasciatore: è stato ucciso anche un carabiniere, che non era un diplomatico, non era un alto funzionario dello Stato. Era “solo” un esponete dell’Arma, come qualcuno potrebbe dire. Ma era un servitore della Repubblica, un uomo che ha dedicato la sua vita al dovere, alla disciplina, alla protezione degli altri. Aveva una famiglia, una storia, un futuro. Aveva una vita. E quella vita è stata spezzata in un agguato su cui ancora oggi, dopo 5 anni, troppe verità restano sospese».L’amarezza di Iacovacci è esasperata proprio dai mancati progressi dell’inchiesta sul triplice delitto in Congo. Anche se spesso viene dimenticato, quel giorno fu ucciso anche Mustapha Milambo, autista del World food programme.Il rischio dell’archiviazione dell’unico fascicolo ancora aperto, dopo la pronuncia del giudice dell’udienza preliminare, Marisa Mosetti, di non luogo a procedere nei confronti dei funzionari dell’agenzia delle Nazioni Unite che avevano organizzato la missione, Rocco Leone e Mansour Rwagaza, è stato scongiurato solo dall’attivismo degli avvocati delle parti civili. In particolare, il legale della famiglia Iacovacci, Lorenzo Magnarelli, ha presentato un’istanza alla Procura generale del Tribunale di Roma e ha depositato un esposto alla Procura del Tribunale penale internazionale.«Faremo tutto il possibile per ottenere giustizia – insiste Dario Iacovacci – ma avremmo gradito un maggior sostegno dalle istituzioni. La mia famiglia non ha mai ricevuto un’attenzione equivalente a quella riservata ai genitori di Attanasio. Non abbiamo mai avuto un incontro, una parola diretta, un momento di ascolto. Eppure Vittorio è caduto nello stesso attacco, nella stessa missione, nello stesso dovere. Per questo sento il dovere morale e civile di rivolgermi al presidente della Repubblica: anche la nostra famiglia merita rispetto. Merita di essere ascoltata, di non essere dimenticata. Non chiediamo privilegi, né corsie preferenziali. Ma lo Stato riconosca che quel giorno, in Congo, non è morto un uomo solo ma due servitori della Repubblica. Meritiamo la stessa attenzione e dignità, lo stesso ascolto. La verità non può essere a metà. Non può essere selettiva. Il rispetto non può essere parziale. Vittorio era un carabiniere. Ma era, prima di tutto, un cittadino italiano. Oggi, da fratello e da uomo delle istituzioni, chiedo che anche la nostra voce venga finalmente ascoltata».