Il relitto romano Ilovik-Paržine 1 mostra come pece, cera d’api e pollini possano raccontare riparazioni antiche in mare nel Mediterraneo

©Adriboats L. Damelet, CNRS/CCJ

A bordo di una nave antica, la manutenzione era una faccenda concreta. Il legno doveva restare impermeabile, sopportare l’acqua salata, resistere ai microrganismi e agli organismi marini capaci di consumarlo lentamente. Prima delle grandi rotte e dei carichi, c’era questo lavoro silenzioso: chiudere, proteggere, rinforzare. Sul relitto romano Ilovik-Paržine 1, affondato circa 2.200 anni fa al largo dell’attuale Croazia, quelle tracce sono rimaste attaccate allo scafo.

La nave, scoperta nel 2016 nella baia di Paržine, sull’isola croata di Ilovik, era già stata studiata per la struttura e per il carico, formato anche da tronchi e anfore. Il nuovo lavoro si concentra invece sui rivestimenti protettivi applicati al legno. Una parte spesso meno visibile dell’archeologia navale, eppure decisiva per capire come le imbarcazioni potessero affrontare viaggi lunghi senza perdere efficienza lungo la rotta. Lo studio colloca il relitto intorno alla metà del II secolo a.C. e usa un approccio combinato, con analisi molecolari, polliniche e statistiche sui materiali di impermeabilizzazione.