Se pensate di sapere tutto sulla tragedia della Costa Concordia e sulle responsabilità di capitan Schettino, allora il documentario “Costa Concordia: Incubo in mare” di Netflix vi sorprenderà. Non solo per la drammatica spettacolarità delle immagini, girate dai naufraghi con i telefonini e in gran parte inedite: c’è una prospettiva nuova sulle colpe e sulle storie personali, che si tratti di eroi o vittime. Merito soprattutto della regista, Chiara Messineo, che si considera “un’anomalia”: «Sono italiana e voglio fare storie che non hanno a che fare solo con il mondo anglosassone, altrimenti assistiamo all’erosione della diversità di culture». Una sfida che ha avuto successo: nella settimana di lancio è stato primo nelle classifiche di Netflix in 27 Paesi: «È importantissimo», continua la regista, «potenzialmente potrebbe cambiare questo tipo di visione angloamericana. E questo è il mio sogno».In quest’opera ha portato un altro caposaldo della sua impostazione narrativa: «Faccio questo lavoro perché voglio che i punti di vista generalmente marginali abbiano la stessa importanza di quelli mainstream». Non troverete solo la testimonianza delle coppie di turisti statunitensi, i fidanzati in crociera perché lui voleva chiedere a lei di sposarlo o la coppia che ha lottato per portare in salvo la figlioletta di poco più di un anno. Ci sono le storie del personale, come il cuoco indiano Manoj Singh che aveva nascosto i suoi guadagni sotto il letto – soldi che dovevano salvare la sua famiglia – e che ha perso tutto nel naufragio. E della ballerina Rose Metcalf che si è prodigata per assistere i passeggeri e si è ritrovata imprigionata nel colosso ormai piegato su un fianco: da un elicottero hanno visto i segnali della sua torcia e un soccorritore si è calato con una fune per recuperarla. «Nel disastro viene fuori la natura umana, la verità di ciascuno di noi», sottolinea Chiara Messineo. «Da un lato le persone che si fanno in quattro e si mettono in gioco. Dall’altro il peso del condizionamento sociale perché la cultura determina moltissimo come si comportano le persone: i russi non hanno aspettato, non si fidano degli ordini, hanno cercato da soli la scialuppa o un modo per salvarsi; i tedeschi al contrario, più abituati a seguire gli ordini».Il documentario va oltre la responsabilità di Schettino sulla morte di 32 persone e la distruzione di una nave lunga 290 metri. Ricostruisce i fattori che nella notte del 13 gennaio 2012 hanno contribuito all’impatto con lo scoglio davanti all’isola del Giglio. «Il capitano – è la tesi di Messineo – era circondato da tanti che non hanno fatto il proprio lavoro, tanti che erano arrivati a occupare posizioni decisive senza la gavetta che si faceva alla Costa quando era una società solo italiana e senza una preparazione adeguata». C’è una figura chiave: il timoniere che fraintende l’ordine in inglese del comandante e sbaglia la rotta nei secondi precedenti l’impatto: «La questione del timoniere non è risolutiva, ma è fondamentale. Quasi tutti ne hanno parlato come se fosse una rivelazione, ma non lo è: è negli atti del processo».L’attenzione mediatica è stata tutta focalizzata sul capitano mentre tra milioni di informazioni raccolte nell’inchiesta giudiziaria «le cose che possono spostare l’ago delle colpe sono seppellite in mezzo a tutte le altre». Messineo è stata produttrice di un altro documentario che ha avuto successo su Netflix, quello sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. E in entrambi i casi ha una convinzione: «Molto spesso pensiamo che la verità giudiziaria concluda, però la realtà è molto più complessa».
Costa Concordia, una luce nuova sul disastro in mare
Il documentario Netflix diretto da Chiara Messineo offre una prospettiva inedita sulle colpe, le dinamiche e le storie personali della notte del 13 gennaio 2012







