Una piccola folla di persone è ferma, immobile, in cima alla scalinata Potëmkin, a Odesa. Guardano tutte verso il porto, in silenzio. In lontananza si vedono piccole nubi di fumo nero e si sente il rumore delle esplosioni. Nessuno aggrotta la fronte, nessuno sobbalza. È un suono agghiacciante, ma anche terribilmente familiare ormai, da non suscitare più alcuna reazione, se non il silenzio.
Il resto della città è viva. Le spiagge sono piene di persone in costume che prendono il sole, i locali servono cibo a tutte le ore del giorno e per le strade si ascolta musica alta in ogni angolo (anche italiana: Max Pezzali e Celentano sono piuttosto popolari).
Eppure qui, di fronte al porto di Odesa, regna il silenzio, interrotto soltanto dal ronzio degli intercettori e dal boato delle esplosioni.
Lo Shahed non lo vediamo nemmeno arrivare, è ancora troppo distante per l’occhio umano. Vola verso la città. Lo sapevamo. I principali canali Telegram lo avevano comunicato diversi minuti prima. Poi il rumore. Sempre quel rumore. Simile a un fulmine che si abbatte al suolo. I nostri sguardi vengono catturati simultaneamente da un piccolo fuoco che si accende in aria, seguito immediatamente da una nube di fumo nero. Meno di un secondo dopo, vediamo il drone russo precipitare in mare.











