"Un segnale di amicizia". È questa la sintesi offerta da Donald Trump alla domanda su cosa avesse spinto gli Stati Uniti a comprare yen giapponesi per la prima volta in quasi trent’anni. Dall’Air Force One, il presidente Usa ha evidenziato che il Giappone “aveva bisogno di un piccolo aiuto”, ricordando il rapporto tra i due Paesi, "molto buono, con l’eccezione ovviamente di Pearl Harbor”. Nessuna cifra, nessun dettaglio, solo la battuta sulla sintonia tra le due sponde del Pacifico a fare da spiegazione ufficiale. Come se i dazi contro Tokyo appena un anno fa fossero acqua passata. Così come gli attacchi proprio allo yen debole: "Non potete continuare a ridurre e indebolire la vostra valuta. Che si tratti del Giappone o della Cina, una valuta debole rispetto al dollaro ci mette in una posizione di grande svantaggio", disse a marzo di un anno fa il presidente americano. Lo stesso che ora è intervenuto per salvare lo yen. Ma la coerenza, si sa, non è il suo forte.
Il segretario del Tesoro Scott Bessent in un post pubblicato su X non si è discostato molto dal registro del tycoon. “L’amministrazione Trump è al servizio dei partner fidati d’America. La sicurezza economica è sicurezza nazionale e l’alleanza Usa-Giappone si fonda su entrambe”, ha detto. Unici aspetti tecnici citati? La possibile partecipazione a “ulteriori interventi congiunti” per contrastare movimenti disordinato dello yen e l’eventuale “ampliamento nei prossimi mesi del FIMA Repo Facility (uno strumento nell'armamentario della Federal Reserve, ndr). Insomma, un intervento presentato come atto di amicizia politica prima ancora che come operazione valutaria sul mercato dei cambi. Eppure, ben più importante per le casse dello stato americano di quanto la narrazione sul rapporto tra Washington e Tokyo lasci intendere.










