"Molti batteri producono naturalmente pigmenti per difendersi dai raggi ultravioletti, dall'ossidazione, dalle alte concentrazioni saline o dalle temperature estreme”, spiega Marco Candela, professore al Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna, che ha coordinato lo studio. “Abbiamo cercato questi microrganismi proprio negli ambienti in cui tali condizioni sono più severe, individuando una straordinaria biodiversità di possibili colori”.
L'industria tessile è tra i comparti industriali con il maggiore impatto ambientale. Gran parte dei coloranti impiegati deriva infatti da composti petrolchimici, prodotti attraverso processi ad elevato consumo energetico e con l'impiego di solventi e reagenti chimici. Ogni anno, inoltre, una parte consistente dei coloranti utilizzati viene dispersa negli scarichi industriali, contribuendo all'inquinamento dei corsi d'acqua e alterando gli ecosistemi acquatici.
Esistono da secoli alternative naturali: pigmenti estratti da piante come robbia, indaco o curcuma, oppure da organismi animali come il murice, da cui si otteneva la porpora. Ma anche queste soluzioni hanno limiti importanti: le coltivazioni richiedono terreno, acqua e risorse agricole, e l'utilizzo di organismi animali comporta problemi etici ed ecologici.







