Andava a scuola con Dan Brown e chissà se questo, tra un dettato e l’altro, abbia influito sull’ossessione di Harlan Coben per il thriller. Quel che è certo è che a Netflix lo scrittore a dir poco prolifico, è piaciuto parecchio al punto che le serie tv tratte dai suoi romanzi hanno toccato la ragguardevole dozzina. Il filo comune è sempre lo stesso: una trama appassionante, una cura preziosa per l’inverosimile e la gran soluzione finale che è regolarmente tirata fuori a caso dal cilindro ma che proprio per questo ti fa restare lì, pop corn alla mano, per capire come se la caverà nelle ultime quattro scene. Ora è la volta di “Ovunque tu sia” (“I Will Find You”), un soggetto tinto di assurdo ma al solito avvincente. David Burroughs, condannato all’ergastolo per l’omicidio del figlio, si proclama innocente, poi scappa perché forse il ragazzino è vivo come prova una foto trovata casualmente sui social e chissà, potrebbe essere lui ma chi può dirlo, anche se ha una voglia grande come una melanzana sulla faccia. Nella fuga il padre, ex professore di legge ed ex detenuto silente, salta da un tetto all’altro come un circense professionista, invoca giustizia, spara con precisione e si liscia i muscoli in favore di camera, riuscendo a non essere preso perché si nasconde dietro a un cappello. Ad aiutarlo c’è la cognata, giornalista in disuso, che parla a voce bassa ma è cintura nera di pedinamenti e trovate ingegnose. La polizia è corrotta, anzi no, ma il nepotismo impera al punto che il grande capo fa trasferire la figlia solo per poterla vedere, senza che nessuno gli suggerisca che a volte una cenetta a due potrebbe anche bastare. Mentre si aggrottano le sopracciglia e si stringono i denti, lentamente, ovvero per otto episodi da un’oretta circa, si dipana l’intricatissimo complotto globale in cui sembrano entrare la mafia, i parenti serpenti, Edipo e il suo complesso, i depistaggi, gli aerei privati, l’inseminazione, il perdono, gli inseguimenti, un pizzico di cartone animato, e soprattutto una sceneggiatura che a volte ricorda i brandelli di plastilina nelle giornate calde. A un certo punto parte una chitarra spagnola, ma se si è arrivati fin lì è inutile porsi altre domande. E alla fine, cercando di evitare spoiler, il colpo di scena in cui si scopre il malefico assassino, rapitore, cattivissimo lui, sembra essere escogitato solo per giustificare lo stipendio al suo interprete, visto che in quattro scene guarda il cellulare o poco più. Insomma, un po’ come mangiare del cibo spazzatura e godere tantissimo perché alla fine la giustizia fai da te in un certo senso trionfa. Come in certi talk show, ma decisamente con più dignità.