Il 29 luglio, sul palco dello Star Theatre, due membri dei Massive Attack - Robert "3D" Del Naja e Grant "Daddy G" Marshall - hanno srotolato una bandiera palestinese e l'hanno tenuta in alto mentre dalla sala partiva il coro “Free Palestine”. Applausi prolungati, poi la fine del concerto: l'unico in programma nella città-stato.Quello che è arrivato dopo non era in scaletta. Polizia e Imda, l'autorità che regola i media, hanno aperto un'indagine. L’intero gruppo - comprese la band di accompagnamento e le voci ospiti, tra cui Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins - è stata fermato, isolato e interrogato. Ad alcuni sono state perquisite le stanze d'albergo e sequestrati temporaneamente i passaporti. Il verdetto, in una nota congiunta arrivata a fine settimana: severi avvertimenti a Del Naja e Marshall per violazione del Foreign National Emblems (Control of Display) Act del 1949 e del Public Order Act, divieto permanente di rientro a Singapore per entrambi e nessuna autorizzazione futura per esibizioni del gruppo nel Paese. Esporre in pubblico emblemi nazionali stranieri senza permesso, a Singapore, è reato: secondo le autorità il gesto rischiava di incrinare l'armonia razziale e religiosa in un Paese di 6,1 milioni di abitanti dove il 15% circa è musulmano.La replica è arrivata domenica su Instagram. I Massive Attack si dicono “sorpresi e dispiaciuti” per il trattamento ricevuto e ricostruiscono la serata: i cori, raccontano, erano partiti spontaneamente da ampie sezioni della platea già prima che salissero sul palco, e si erano ripetuti alla fine dello show, da parte di un pubblico che sapeva di poter violare le leggi sulla censura del proprio governo e non si è fatto scoraggiare. Quanto a loro, scrivono, non immaginavano che “sollevare la bandiera di uno Stato sovrano riconosciuto da 157 Paesi” potesse infrangere qualcosa. Nessuna marcia indietro: rivendicano un gesto estemporaneo e si dichiarano “orgogliosi” di averlo compiuto insieme ai fan di Singapore, che hanno sentito l’"imperativo morale” di mostrare solidarietà a un popolo che descrivono vittima di “occupazione illegale, apartheid e genocidio”. È l'inazione della “comunità internazionale”, sostengono, a spingere i cittadini a “correre rischi personali”.