La spending review non taglia: interroga. Chiede alla spesa pubblica non solo quanto costa, ma perché esiste ancora. Ogni euro nasce con una promessa: curare, istruire, proteggere, investire. Ma le promesse invecchiano, e i fondi si stratificano. Da un lato, dire che esistano cento miliardi di sprechi già individuati e pronti da cancellare è una favola contabile. Dall’altro, rifiutare un taglio incondizionato non significa assolvere tutto. Al contrario: significa prendere sul serio un processo di revisione che per l’Italia è necessario.

L’OCSE definisce la spending review come uno strumento per governare il livello complessivo della spesa, individuare risparmi o riallocazioni e migliorare l’efficacia delle politiche. Tradotto: non basta spendere meno. Bisogna sapere se ciò che finanziamo serve ancora. E qui il discorso cambia: bisogna guardare non solo la spesa in sé, ma le strutture che la rendono permanente. Lo Stato non finanzia servizi, ma spesso finanzia ‘contenitori’: enti, agenzie, fondazioni, consorzi, partecipate, sedi, consigli, revisori, bilanci separati. Molti servono. Alcuni forse servivano. Sulle società partecipate la legge italiana è già severa, almeno sulla carta. Il Testo unico del 2016 stabilisce che le amministrazioni non possono mantenere società non strettamente necessarie alle proprie finalità istituzionali. E impone piani di razionalizzazione quando emergono segnali precisi: società senza dipendenti, più amministratori che lavoratori, attività duplicate, fatturato medio sotto il milione, perdite ripetute, costi da contenere, possibilità di aggregazione. I criteri esistono.