Roma, 3 agosto 2026 - Cattivissimo lui. Violento, sadico, calcolatore, intelligentissimo. Il Max Cady di Cape Fear, uno dei villain più inquietanti della storia del cinema, nato nel 1957 nel romanzo Il promontorio della paura scritto dallo statunitense John D. MacDonald, è oggi alla sua terza resurrezione cinematografica.

Robert Mitchum in Cape Fear

Il primo a portarlo sul grande schermo fu Robert Mitchum, nel 1962: Mitchum, allora 45enne, si calò nei panni dell’ex galeotto che prende a tormentare l’avvocato Sam Bowden e la sua famiglia, forte della performance da culto offerta nel 1955 in un altro noir, La morte corre sul fiume. In quel film – prima e unica regia di Charles Laughton – Mitchum era un diavolo travestito da predicatore, serial killer di donne e cacciatore di bambini: sulle falangi delle dita portava tatuate le parole “Hate“ (mano sinistra) e “Love“ (mano destra). Nel Cape Fear diretto da J. Lee Thompson, il suo Cady – sigaro, panama, sguardo pesante, calma apparente – esce di galera dopo aver scontato 8 anni per aggressione a sfondo sessuale, e la vendetta che intende compiere nei confronti dell’avvocato Bowden (Gregory Peck) è dovuta al fatto che questi ha testimoniato contro di lui. La moglie e la figlia dell’avvocato sono un tutt’uno con il marito e il padre, la sacralità del nucleo familiare è indiscussa; la persecuzione ai loro danni messa in atto da Cady si materializza come una forza esterna che penetra maligna – e incomprensibilmente – in un mondo borghese ben ordinato, protetto da un senso di sicurezza che si rivelerà sì illusoria, ma forse non perduta per sempre.