Mi telefona un amico da Bilbao. Ha visitato il Guggenheim, è entusiasta, la bellezza certo, ma anche come la città ruoti intorno al museo. Andai a Bilbao poco dopo l’inaugurazione, quasi trenta anni fa, e mi spiegarono che l’operazione, dopo il declino delle acciaierie, la perdita di una connotazione industriale della città, sarebbe stata quella di una riconversione culturale. Il museo di arte contemporanea ne sarebbe stato, come dicono gli economisti, il volano.
Curiosa sono andata a cercare un po’ di dati. Lo scorso anno il Guggenheim ha avuto un milione e 300mila visitatori, i turisti arrivati nella città dei Paesi Baschi sono stati un milione e 400mila. Non mi pare ci sia molto da aggiungere.
E noi? Noi che abbiamo il maggior numero di luoghi così belli e importanti che devono essere preservati ad ogni costo secondo l’Unesco, noi quanto otteniamo dalla cultura? Un paio di settimane fa è stato pubblicato l’aggiornamento annuale di “Io sono Cultura”, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere. «La Cultura è molto più di un settore economico: è una forza che genera valore, innovazione e coesione sociale», dice la presentazione.
Vero, ma siamo sicuri che chi ci governa lo abbia compreso davvero? Mi viene da dubitare. Perché i numeri del rapporto (115,8 miliardi di valore aggiunto, il 5,7% dell’economia nazionale, un milione e 540mila occupati del settore) sono sì belli ma mostrano come quel patrimonio potrebbe essere ancora più valorizzato per aumentare la ricchezza collettiva.







