Nairobi - Torna a surriscaldarsi l’atmosfera in Tigray, la regione dell’Etiopia settentrionale reduce dalla guerra del 2020 e 2022 fra truppe locali e governo centrale di Addis Abeba. Le autorità alla testa della regione hanno accusato l’esecutivo di Abiy Ahmed di aver lanciato una «guerra aperta» nel Tigray occidentale, alimentando i timori di nuove ostilità a quasi quattro anni da un accordo che aveva chiuso solo formalmente un conflitto con bilanci fino alle 600mila vittime. I vertici locali, capitanati dal Fronte di liberazione del Tigray, imputano all’esecutivo di aver «intensificato» il «blocco totale e l’assedio che sta conducendo contro la popolazione del Tigray», oltre «agli attacchi sferrati dai droni e dalle forze armate alleate, il regime dittatoriale e genocida di Prosperity ha dato il via a una guerra aperta».
I rischi dell’escalation sul «rilancio» di Abiy
Lo j’accuse tigrino arriva a due mesi dalle elezioni etiopi, sfociate in una vittoria già prevista del Prosperity party del premier Abiy Ahmed. L’exploit delle urne, con la conquista di 438 dei 486 seggi a disposizione, ha consolidato il potere di Abiy in una fase in bilico fra il rilancio economico e le tensioni irrisolte del secondo Paese più popoloso dell’Africa. Addis Abeba sta cercando di rimettere in moto la sua agenda di riforme e liberalizzazioni, cavalcando un’apertura suggellata anche dal debutto della sua Borsa valori nel gennaio del 2025.






