Tra tensioni geopolitiche e rallentamento degli scambi, l’economia italiana mostra una resilienza superiore ai pronostici. Il vero problema non è la tenuta del Paese, ma la capacità di trasformare risparmio e competitività in nuovi investimenti. L’analisi di Gianfranco Polillo
Qualcuno resterà deluso. Nel secondo trimestre dell’anno il Pil italiano, secondo i dati provvisori dell’Istat dovrebbe essere cresciuto dello 0,2% su base congiunturale e dell’1% nei confronti dello stesso periodo dello scorso anno. Conseguenze di queste dinamiche: la variazione acquisita per il 2026, corretta per gli effetti di calendario, è pari allo 0,8%. Che è una percentuale superiore a quella circolata nelle ultime stime. La stessa Banca d’Italia, nel suo ultimo bollettino economico, aveva previsto un rialzo dello 0,6%, a fine anno. Uno 0,1% in più rispetto alle precedenti stime.
Quindi, nonostante il fragore delle bombe, a due passi da casa, l’economia italiana si è dimostrata resiliente. Per la verità non la sola a livello europeo. I dati forniti da Euro News offrono l’immagine di un Europa a diverse velocità. In testa alla classifica è l’Irlanda con un tasso di crescita congiunturale addirittura esagerato: 1,7%. Ma quella crescita, si sa, è soprattutto frutto di un’illusione ottica: conseguenza della presenza massiccia di società multinazionali, che vi preferiscono contabilizzare i loro profitti miliardari.












