Il nuovo rapporto ISTAT fotografa una fragilità che non arretra. Meno protesti, ma debiti non pagati di maggiore valore. E soprattutto un primato che riporta la Calabria al centro dell’emergenza economica. Il rapporto sui protesti diffuso in questi giorni dall’Istat, relativo al 2024, restituisce un’immagine preoccupante del sistema produttivo regionale: la Calabria registra 10,7 imprese protestate ogni mille imprese attive, il valore più alto d’Italia e quasi tre volte la media nazionale, ferma a 3,9. Seguono la Campania con 7,3 e la Sicilia con 6,7.
La regione condivide inoltre con la Campania il tasso più elevato di persone protestate rispetto alla popolazione: 1,1 ogni mille abitanti. Il dato, tuttavia, deve essere letto correttamente. La Calabria non è la regione con il maggior numero assoluto di debiti o di protesti, ma quella nella quale il fenomeno colpisce più imprese in proporzione al tessuto produttivo esistente. Ed è proprio questa incidenza a rivelare una debolezza ormai strutturale.
Il protesto è l’ultimo anello della catena
Dietro una cambiale o un assegno non pagato non c’è sempre un’impresa che non lavora, spesso c’è un’azienda che ha venduto, prodotto o eseguito un servizio, ma non ha ancora incassato. Come dire che la crisi di liquidità diventa una crisi di filiera. Un’impresa consegna un lavoro e attende il pagamento. Non ricevendo il denaro nei tempi previsti, rinvia il pagamento al proprio fornitore, quest’ultimo, a sua volta, non riesce a saldare chi gli ha fornito materiali, trasporti o servizi. Insomma, la difficoltà di un solo soggetto si trasferisce così lungo tutta la catena produttiva.








