Di: Telegiornale - Mattia Serena / M. Ang. Come di consueto, in occasione della Festa nazionale, la RSI propone le riflessioni del presidente della Confederazione, Guy Parmelin, sui temi caldi del momento.Il presidente Parmelin, per l’intervista al Telegiornale della RSI del primo agosto, ha scelto una fabbrica di bandiere. Una scelta motivata “da una parte per motivi simbolici. Nelle ultime settimane abbiamo visto spesso, con orgoglio, sventolare la bandiera svizzera. È un elemento caratteristico del nostro Paese. Ma c’è anche un aspetto molto più pratico. Siamo all’interno e questo è un vantaggio in caso di brutto tempo. E poi la bandiera è il simbolo della coesione nazionale e ci tengo molto”, ha detto Parmelin.Qui si fabbricano bandiere, ma in questo momento si fabbricano molto anche cappellini, come quello che ha messo ai mondiali di calcio. Secondo lei perché questo cappellino ha avuto un tale successo?“Guardi, non so perché abbia avuto tale successo. Quando sono partito ho detto a mia moglie: “Ci servono due cappellini con la croce svizzera”. E ne abbiamo trovati due. Uno l’avevo portato dalle Olimpiadi di Pyeongchang e l’ha indossato lei. E poi c’era questo cappellino, ma non ricordavo più chi me l’avesse regalato. In seguito, il nostro ex ambasciatore in Nuova Zelanda mi ha detto che era stato lui. Nel 2017 o nel 2018 era venuto a prendere del vino da mio fratello e mi aveva regalato quel cappellino. Per me era importante che ci fosse all’interno l’etichetta ufficiale della Confederazione e di “Presenza Svizzera”. C’è anche scritto “House of Switzerland”. Quindi, tutto è ufficiale. E poi, mi sono detto: saremo negli Stati Uniti il 4 luglio, quando festeggiano il 250esimo della loro indipendenza. Faremo comunque vedere loro che noi lo siamo da un po’ più di tempo... e che su questo punto siamo migliori”.Cosa unisce il Paese?Questo slogan: “La Svizzera grande dal 1291”, è uno slogan che unisce. Ma cosa unisce in questo momento il Paese? Quando andiamo a votare vediamo divisioni tra città e campagna, ovviamente tra destra e sinistra, ma anche tra le regioni linguistiche. Cosa unisce il Paese secondo lei?“Molte cose. Lo sport per esempio unisce. Sono in molti ad aver seguito le imprese della nazionale svizzera, anche se non tutti guardano tutte le partite della nazionale. Ma stiamo attraversando un periodo davvero difficile dal punto di vista geopolitico. Ci sono crisi, ci sono guerre, c’è il ritorno del protezionismo. E ciò che costituisce la forza della Svizzera è sempre stata la sua coesione, è sempre stata la sua tolleranza, il fatto di serrare i ranghi nelle difficoltà”.I dazi statunitensiGli Stati Uniti, è notizia di pochi giorni fa, ci impongono dazi del 12,5%. È piuttosto una buona o una cattiva notizia?“Allora, se consideriamo la competitività rispetto all’Unione europea, la notizia non è positiva, dato che registriamo un aumento di 2,5 punti percentuali. Rispetto ad altri concorrenti come il Giappone e la Corea del Sud, siamo allo stesso livello. E soprattutto, ciò che conta, è considerare il quadro generale e le eccezioni. A questo proposito, numerosi analisti internazionali sottolineano che la Svizzera rientra piuttosto tra i Paesi che godono di un trattamento favorevole, poiché vi sono molti ambiti in cui attualmente non siamo soggetti a dazi”.Ma resta che per l’economia c’è ancora molta incertezza...“Ma non solo per la Svizzera, per il mondo intero. Sono appena tornato da un viaggio in Canada e in Messico. Avevano un accordo di libero scambio, che gli Stati Uniti hanno appena denunciato. Questa incertezza è veleno per l’economia, noi cerchiamo di trovare soluzioni più stabili possibile.”.Ma l’obiettivo resta firmare un accordo...“Sì, ma anche firmando questo accordo non ci sarà una certezza definitiva”.Cambiamenti climatici e siccitàFuori fa caldo, c’è la canicola, la siccità che tocca l’agricoltura. Secondo lei la Svizzera fa abbastanza per contrastare i cambiamenti climatici?“Credo che la Svizzera stia facendo e abbia già fatto molto. Per esempio in termini di efficienza energetica. Per quanto riguarda le energie fossili, le nostre industrie sono da 2 a 3 volte più efficienti rispetto a quelle della Germania e della Francia. Ciò significa che le nostre aziende hanno fatto quello che dovevano”.Ma sugli obiettivi siamo un po’ in ritardo...“Certo, si può sempre fare meglio. Questo è vero. Ma ormai il riscaldamento globale e il cambiamento climatico è qualcosa di evidente. Lo vediamo da una ventina d’anni. Lei viene dal Cantone Ticino. All’epoca, solo il Ticino era in grado di produrre ottimi vini Merlot. Il fatto ora che si producano anche nella mia regione dimostra che il clima sta cambiando. La Svizzera nei prossimi anni dovrà anche imparare a gestire meglio l’acqua e abbiamo già iniziato a farlo”.Ma non siamo in ritardo su misure più pratiche? Non c’è l’aria condizionata negli ospedali e nelle scuole, non occorre fare qualcosa?“Va detto che la Confederazione non può fare tutto: gli ospedali, le case anziani, sono una competenza dei cantoni, che possono agire anche senza aspettare Berna, e alcuni lo stanno facendo. Se si sta facendo abbastanza o no, questa è un’altra questione. Tra l’altro noto che alcuni, che si sono sempre opposti all’utilizzo dell’aria condizionata, oggi talvolta sono tra chi dice: “perché non si è fatto niente?”.Tutti si chiedono quando lascerà il Consiglio federale. Lei personalmente, nel suo cuore, ha già deciso? Ha una data?“No, non ho deciso e quando lo farò, lo comunicherò”.