Dal 28 luglio Charli XCX è appesa alla National Portrait Gallery di Londra, fotografata da Harley Weir in canotta bianca e jeans neri, con l’aria di chi ha perso l’ultimo autobus ma ha comprato la società dei trasporti. Il museo la colloca fra gli “History Makers“ e la curatrice Brandei Estes la indica come una delle figure culturali decisive della sua generazione.
Intanto l’ultimo album Music, Fashion, Film guida la classifica britannica. Per chi abbia trascorso gli ultimi quindici anni in una grotta senza WiFi, Charli XCX è Charlotte Emma Aitchison, nata a Cambridge nel 1992, madre gujarati cresciuta in Uganda, padre scozzese, canzoni caricate su MySpace a 14 anni e primi concerti nei rave londinesi con i genitori con lei come scorta affettuosa. Poi sono arrivati I Love It per le Icona Pop, Fancy con Iggy Azalea, Boom Clap per il film Colpa delle stelle, Speed Drive per il film Barbie e tre Grammy per Brat, che due anni fa cambiò la scala del gioco.
Charli XCX (34 anni il 2 agosto), in una foto pubblicata su Ig
Un fenomeno globale: Charli definì la Brat come “quella ragazza un po’ disordinata, che ama le feste, dice qualche sciocchezza, si sente bene e magari ha un crollo”. Ovvero: continua a ballare, parla con franchezza, oscilla, sbaglia, ricomincia. Dopo anni di estetica da ragazza pulita, acqua al cetriolo, Pilates alle sei e scaffali color avena, riportò nella cultura pop la parte della vita che arriva con i capelli schiacciati e il telefono al tre per cento.












