L’ incontro si svolge nel quartiere di Khor Maksar, la zona di Aden che collega la terraferma al quartiere di Kreter, simbolo della colonia britannica. La piazza è al-Urood, con un’enorme rotonda al centro: qui, durante questi dieci anni di guerra, molti sono stati rapiti da milizie non identificate che hanno minacciato ed estorto denaro ad attivisti, cittadini, giornalisti e avvocati che denunciavano i quotidiani abusi del governo e della politica.L’ultimo, rapito e scomparso nella giornata internazionale per la libertà di stampa, è Wassam Qaid, pubblicista e direttore del Fondo sociale per lo sviluppo (Sfd) in Yemen, una delle principali organizzazioni non profit finanziata dalla Banca Mondiale e fondata nel 1997 per combattere la povertà. Ma anche il giornalista Fathi bin Lazrah, direttore del quotidiano al-Ghad, aveva subito un paio di rapimenti ed estorsioni dimostrative negli anni scorsi, fino a quando non ha deciso di lasciare lo Yemen del Sud: oggi è un rifugiato politico in un altro Paese arabo.Il valore simbolico di questo luogo è sostanziale per sintetizzare anni di ingiustizia per la popolazione di Aden, in un momento in cui si riaccende la rivalità tra il Sud dello Yemen, in mano al governo centrale alleato e protetto dai sauditi e dagli emiratini, e il Nord delle milizie filo-iraniane Houthi, che ha detto chiaro e tondo che bloccherà lo stretto di Baa – al Mandab, proprio davanti Aden, mandando in tilt il commercio navale da e per l’Arabia Saudita.Mentre politici e generali dell’uno e dell’altro Yemen si sbracciano a posizionarsi nello scacchiere dei poteri regionali, la gente fa la fame e si sente insicura.Ci sono solo donne in piazza al-Urood: è primo pomeriggio ed è caldo e umido. Negli ultimi mesi, Aden ha vissuto un’ondata di caldo soffocante, accompagnata da interruzioni di corrente che durano oltre venti ore al giorno, in un contesto di paralisi quasi totale dei servizi pubblici. Le oltre cento donne, quasi tutte in niqab, reggono cartelli e striscioni: lo slogan è “Rivoluzione delle donne”. Ma ci sono anche richieste più esplicite: “Vogliamo servizi: pane, elettricità, acqua potabile, scuola, assistenza sanitaria, salari”. Per chi non capisce le scritte, ogni parola ha un simbolo accanto. «Abbiamo creato queste grafiche con l’applicazione Canva», racconta con orgoglio Habiba, una studentessa universitaria di 22 anni.Belqis, una quarantenne madre di cinque figli, ha deciso di portare un piatto di latta con un cucchiaio e di scuoterli entrambi in segno di protesta: “Ad Aden abbiamo fame”, grida.Anfar Muhammad Ali Omar è la più coraggiosa: è una giovane avvocatessa e ha la volontà di non arrendersi. Dietro i suoi occhiali rotondi da professore, il suo hijab e il suo basco rosa, si nasconde un’attivista indomita. Si rivolge alla stampa sia in arabo che in inglese, denunciando la situazione e trasmettendola in diretta sui social media, invitando i cittadini a impegnarsi in politica: «Abbiamo uno Stato molto corrotto qui. Protestiamo oggi come ieri e lo faremo di nuovo domani se le nostre richieste non saranno accolte. Se guardate questo video, venite in piazza al-Urood».Donne provenienti da diversi quartieri della città si sono radunate qui. Ma l’accesso alla stampa è negato e il governatore ha schierato un corpo di polizia femminile selezionato: le poliziotte sono anche loro yemenite, addestrate negli ultimi anni di guerra grazie a borse di studio offerte negli Emirati Arabi Uniti. Una volta completato l’addestramento, tornano a casa.La manifestazione si svolge come una processione, poi diventa un sit-in: le donne cantano “Thaura, thaura” (“rivoluzione”, ndr) e rimangono in piedi fino al tramonto, discutendo in cerchio su come condurre un’azione politica efficace. Slogan come “No ai sauditi, no al dollaro, siamo persone, non merci” e cartelli che chiedono beni di prima necessità sono un chiaro segnale della rabbia pubblica. L’esposizione simbolica di vecchi elettrodomestici sui cartelli sottolinea l’impatto delle prolungate interruzioni di corrente nella vita quotidiana durante il caldo intenso.«La vita non è più tollerabile. L’inflazione sta divorando la gente e le autorità sono assenti», denuncia Amal Ahmed Moqbil Al-Souqi, membro del Movimento del Sud dal 2007.Il Movimento è cresciuto durante gli anni della Rivoluzione del 2011 ed è riuscito a prendere piede nello Yemen meridionale, entrando a far parte nel 2017 del governo di Aden, guidato da Islah, il partito dei Fratelli musulmani yemeniti. Ma le manifestanti condannano fermamente sia il governo yemenita che il Consiglio di transizione meridionale (Stc) dei separatisti del Sud che è stato appena messo in minoranza dai sauditi. Preoccupato dalla possibilità di una escalation delle proteste, il governo di Aden ha ordinato alle forze di sicurezza femminili di aggredire violentemente le manifestanti yemenite. Così le manifestanti sono state bloccate, picchiate, trascinate e inseguite per le strade sotto un pesante cordone di sicurezza, volto a impedire qualsiasi riorganizzazione. Alcune sono state arrestate e rilasciate dopo pochi giorni.Amal ha lasciato il Paese dopo le proteste, temendo di essere arrestata a casa dopo un primo tentativo in piazza. Ora in Egitto, si sente offesa dal partito separatista che sosteneva con convinzione dal 2011, certa che la strada migliore per lo Yemen sia la divisione in due, un Nord e un Sud con obiettivi e governi diversi, senza continuare ancora in questo stato di guerra e indigenza permanenti: «Chi è direttamente responsabile di ciò che sta accadendo ad Aden!? I nostri figli sono in strada e le madri implorano di sfamare i loro figli». Amal lamenta lo sprofondamento della popolazione nella povertà: «Donne che vendono tè e pane per strada per sopravvivere: non ho mai visto una cosa del genere in vita mia». Amal denuncia il familismo dei partiti al potere e i benefici che traggono dalle alleanze regionali: «I funzionari del partito separatista hanno già un’altra cittadinanza, quella degli Emirati, e si sono trasferiti lì appena i sauditi li hanno cacciati. Gli altri politici del governo centrale stanno a Riad oppure in Europa e non vivono la stessa nostra vita grama».Anche la giovane avvocatessa Anfar è fuggita in Egitto, dopo essere stata perquisita dalla polizia in casa e minacciata di arresto se avesse preso parte di nuovo alle manifestazioni. Anfar non nasconde la sua profonda delusione: «Incolpiamo tutti coloro che occupano un posto al governo, tutti coloro che non si sono mai preoccupati dei bisogni e della sicurezza delle persone. Come cittadini yemeniti, dovremmo vivere in un mondo più sicuro e dovremmo essere confortati finché siamo ancora vivi. Non abbiamo bisogno di vivere in combattimenti e sangue. Sono stanca della guerra e dell’ingiustizia in Yemen e in Medio Oriente».Per “confortare” i suoi sentimenti, sono sopraggiunti due eventi che non hanno cambiato l’effetto della crisi regionale sui civili yemeniti ma hanno complicato il corso delle cose. Da un lato la rivalità sempre più crescente tra Emirati ed Arabia Saudita, espressa in termini di un confronto militare diretto sulla città di Mukalla e che ha obbligato gli emiratini a fare apparentemente le valigie dallo Yemen e a ritirare truppe e alleati seduti in Parlamento, come il potente leader tribale Aidarus al-Zubaidi, fuggito a Dubai via Mogadiscio. Dall’altro, la vendetta commerciale degli Emirati all’interno dell’Opec, da cui si sono appena distanziati per essere liberi di aumentare la loro produzione di greggio. Tutto questo, sullo sfondo di un confronto sempre più fosco tra Teheran e Washington dove, dopo il dirottamento di una petroliera davanti alle coste di Aden da parte dei pirati somali e le azioni speculari contro le petroliere saudite nello Stretto di Baab al Mandeb da parte degli Houthi, si assiste a una crisi della navigazione internazionale senza precedenti, generata da milizie con ideologie diverse ma, adesso, con un’agenda comune.Uno scenario inimmaginabile fino a pochi mesi fa, ma in linea con il nuovissimo, caotico ordine mondiale.