Il primo sole di luglio ha accecato parecchi osservatori della politica. Non appena i tesorieri dei partiti hanno divulgato i risultati di bilancio – e che risultati, floridi come ai tempi andati – si è scatenato un moto di entusiasmo collettivo. Tesoretti di qua, tesoretti di là. Le solite frasi sfatte (al sole). Fratelli d’Italia che scoppia di salute, Forza Italia che scopre la salute. Il Partito democratico che può investire con bonifici istantanei, il Movimento cinque stelle che vanta riserve auree. Allora pare tornata la democrazia dei partiti e magari, approfittando dell’occasione, pure la democrazia nei partiti, più delle volte unipersonali oppure unifamiliari. Con milioni di tesserati, milioni di donatori, milioni di simpatizzanti. Strano, non marcia l’astensione a braccetto con l’antipolitica?Spiace deludere, non è tornata la democrazia dei partiti né la democrazia nei partiti, lasciamo perdere queste reminiscenze novecentesche: è tornato il finanziamento pubblico. In formato assai ridotto, certo. La massima aspirazione, ora che la tavola va condivisa con Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci, è di circa 35 milioni di euro annui. Però lo Stato è tornato determinante per i bilanci dei partiti. Tutti. E come? Con la destinazione volontaria ai partiti del nostro “due per mille” di Irpef in dichiarazione dei redditi.Il meccanismo esiste ormai da un decennio, ma in questa legislatura ha assunto una incidenza vitale. Per i partiti è diventato il mezzo e il fine. Fratelli d’Italia ha smarrito circa 700.000 euro di tessere e ha compensato con un milione di euro in più proveniente dal “due per mille” per un totale di 6,617 milioni di euro, circa il 60 per cento dei 10,774 milioni di ricavi. Sicché il tesoriere Roberto Carlo Mele ha firmato un bilancio con un avanzo di 1,177 milioni di euro, prezioso per la prossima campagna elettorale.Il Partito democratico è il principale beneficiario del “due per mille” con oltre 10,5 milioni di euro. Nonostante il modesto apporto dai tesserati (775.000 euro), il tesoriere dem Michele Fina, un dirigente accorto che ha risanato i buchi delle stagioni allegre, ha brindato a un bilancio con 3,624 milioni di euro di attivo. Fina come Mele dedica una menzione speciale al “due per mille” nella relazione ed espone per iscritto la strategia nazionale: «Si tratta di un finanziamento della politica ancora poco conosciuto. Prosegue pertanto l’importante attività di promozione realizzata sia dalle Federazioni a livello territoriale, che dal Partito a livello nazionale, attraverso una intensa campagna di comunicazione».Il Movimento cinque stelle di Giuseppe Conte aborrisce qualsiasi strumento di finanziamento pubblico sin dal vagito grillino e ciò non gli ha impedito di accumulare ricchezze soprattutto la scorsa legislatura (13,385 milioni di euro di liquidità), ma per il “due per mille” s’è fatta un’eccezione. Dolorosa forse, doverosa sicuro: senza i 3,171 milioni di euro di “due per mille”, il bilancio pentastellato avrebbe una brutta chiazza di rosso e non un luccicante utile di 2,513 milioni di euro.Fra Lega con il Carroccio e Lega col suo nome, Matteo Salvini mette da parte circa 1,5 milioni di euro con il “due per mille”, una fonte che si è prosciugata per la concorrenza di Fratelli d’Italia. Forza Italia è sempre un caso differente. Con in groppa il debito di circa 95 milioni di euro (di cui 90,5 con la famiglia Berlusconi) e con una spinta moscia del “due per mille” (scarsi 800.000 euro), il partito gestito dal ministro Antonio Tajani ha provato l’ebbrezza di un avanzo di 2,931 milioni.Anche scoppiati dal cartello Avs, i rossi di Nicola Fratoianni e i verdi di Angelo Bonelli si somigliano. Per Sinistra Italiana la maggiora parte dei ricavi deriva dal “due per mille”, 1,422 milioni di euro su 1,916; ugualmente per Europa Verde con 1,548 milioni di euro su 1,947. Questi sono i numeri. Non c’è inganno. Probabilmente c’è un trucco. Adesso ve lo sveliamo.Il “due per mille” fu introdotto dal governo di Enrico Letta (2013/14) con il tentativo disperato di respingere l’antipolitica e il renzismo. Ne fu travolto. Seppur a fatica, il “due per mille” è sopravvissuto a quel periodo convulso. Al debutto undici anni fa il 2,72 per cento dei contribuenti italiani – cioè 1,1 milioni su 40,7 milioni – ha deciso di trasferire il “due per mille” ai partiti anziché lasciarlo nelle casse dello Stato. La cifra fu modesta, circa due milioni e mezzo di euro. Ed è rimasta modesta come le adesioni; il “due per mille” coinvolge 2,216 milioni di italiani su 42,570 milioni di contribuenti (5,2%). Oltre il 40 per cento, invece, barra la casella per il terzo settore con il “cinque per mille” o per le confessioni religiose con il “l’otto per mille”: «I valdesi ricevono di più di tutti i partiti italiani messi assieme», commenta sconsolato un tesoriere.Il “due per mille” non è di tendenza e i partiti, e non lo si ometta, non sono popolari. Tant’è che il tetto per il fondo, fissato per legge a 25,1 milioni di euro, è stato raggiunto soltanto due anni fa. E l’evento ha scatenato una speciale frenesia fra i tesorieri che volevano alzarlo a 45 milioni di euro. Siccome la materia è incandescente, il governo Meloni ha concesso 4,69 milioni di euro una tantum. La motivazione: non disattendere la scelta dei contribuenti con la dichiarazione dei redditi.Nel bilancio di previsione dello Stato il tetto è ancora 25,1 milioni di euro, ma lo scorso anno ne sono stati distribuiti 32,5 milioni. Com’è possibile? Abolito per l’ennesima volta il finanziamento pubblico, e infatti dal referendum del ’93 si è chiamato “rimborso”, il governo Letta pensò di incentivare le donazioni private di soggetti fisici e giuridici concedendo una detrazione fiscale del 26 per cento. Anche in questo caso, ovviamente, fu stabilita una capienza: 15,6 milioni di euro è stato l’ammontare lo scorso anno. Neanche questo strumento ha avuto successo. I cittadini non votano, non si iscrivono, non optano per il “due per mille”, perché mai dovrebbero donare migliaia di euro? La stragrande maggioranza delle cosiddette “erogazioni liberali” ai partiti arriva attraverso una tassa imposta ai deputati e ai senatori eletti, costretti a retrocedere una quota fissa del loro emolumento pubblico. Lo scorso anno sono stati utilizzati 5,7 milioni di euro su 15,6 stanziati per le detrazioni fiscali. Con un’eccedenza di quasi dieci milioni. Il ministero dell’Economia, come previsto dalle norme, li ha dirottati per il “due per mille” e li ha resi disponibili ai partiti. Così si spiegano i 32,5 milioni per il 2025, così si prevedono i 35 milioni circa per il 2026.È una miseria rispetto al “rimborso” di cinque euro a legislatura per ogni voto come accadeva vent’anni fa generando rate annue da decine e decine di milioni di euro per ciascun partito. Per esempio, il Pd di Walter Veltroni incassò 69 milioni di euro nel 2009. E il Pdl di Silvio Berlusconi molti di più. Trapassato remoto. Adesso i partiti hanno strutture scarne, smantellate: poche sedi, pochi dipendenti, poca ricerca, pochi consulenti, poche iniziative. Molte iniziative, ci correggiamo, riguardano il “due per mille”, oggi preda dei partiti più organizzati e meglio collegati ai centri di assistenza fiscale (Fdi e Pd). I soldi si spendono per indottrinare i contribuenti sul “due per mille” e ottenere più fondi per poi sfruttarli per le campagne elettorali permanenti. Quello che entra, esce. I costi preponderanti sono per la propaganda, mica per elevare il livello di democrazia interna o per intensificare il ruolo dei partiti nella società. Come se i partiti fossero esclusivamente macchine per la propaganda, fanno il pieno in un paio di anni di sosta e poi si mettono in moto per le elezioni europee e nazionali. L’interrogativo non è se 32,5 o 35 milioni di euro siano non abbastanza o addirittura troppi, è quasi superfluo per il bilancio dello Stato. Se questi soldi pubblici servono a fare propaganda e basta, si teme purtroppo che siano inutili. Sprecati. O addirittura dannosi.