Gli Usa fanno, gli Usa disfano. Negli anni ’80 l’amministrazione Reagan (sostenuta dalla Thatcher) seminò la visione politica su cui Clinton, un decennio dopo, edificò l’età dell’oro della globalizzazione. Nell’89 l’economista Uk, John Williamson, elaborò la teoria del “Washington consensus”: 10 punti per l’America latina stritolata da crisi del debito e iperinflazione. Tra i capisaldi: tassi di cambio competitivi, abbattimento di dazi e barriere all’import, apertura agli investimenti diretti esteri, privatizzazioni, deregulation dei mercati, più garanzie alla proprietà intellettuale.

Un “vangelo” liberista che gli States fecero loro e, tramite FMI e Banca Mondiale, usarono per spingere tutti i paesi in via di sviluppo a far cadere ogni muro agli investimenti esteri. Morale: nel’93 venne il patto free trade Usa – Canada – Messico (Nafta). Nel ‘95 debuttò il Wto. Nel 2000, vi entrò la Cina. Fu l’apogeo della potenza americana dopo il crollo sovietico. E il web ne divenne il motore: il mondo si ridusse a un fazzoletto, nacque la logistica globale.

Oggi, il vento è contrario. La presidenza Trump ha forte accento protezionistico. L’imposizione di tariffe in dogana per remunerare l’attrattività del mercato interno segue all’uso dei dazi come arma di negoziato. Ogni relazione con Washington si basa sui rapporti di forza. Non esistono relazioni storiche, se non per convenienza strategica. Meno ipocrisia? Forse, ma dopo l’invasione russa dell’Ucraina (che ha rotto il dogma dell’inviolabilità dei confini) la nuova schiettezza Usa ha finito il lavoro, svuotando di potere le organizzazioni internazionali. Oggi il pianeta sembra un ring globale dove tutto è lecito, pure sul piano commerciale.