Non ce ne siamo accorti ma forse siamo in guerra. Non è chiarissimo, ma forse il Parlamento ha dimenticato di approfondire la questione. E cioè che settecento nostri soldati sono stati inviati ad attrezzare uno scudo nei cieli dei Paesi del Golfo. Circa 400 sono stati inviati in Arabia Saudita ad organizzare – secondo le prime informazioni – la controffensiva aerea, la resistenza di Riad ai missili di Teheran. Noi non abbiamo capito, ma, quel che è peggio, non ha compreso bene la questione nemmeno l’opposizione che, a quanto risulta, non ha fiatato rispetto a questo nuovo, indiscutibile avanzamento nel conflitto mediorientale.
Siamo al fronte? Il punto interrogativo serve solo a chiederci quale sia stata la valutazione del rischio bellico per le nostre truppe insediate in un teatro attivo della guerra che gli Usa e Israele hanno avanzato contro l’Iran da cui è partita la miccia che sta incendiando tutto il Medio Oriente, in particolare gli Stati del Golfo presi di mira dai pasdaran per allargare di proposito il conflitto e rendere troppo costosa – politicamente e militarmente – agli Usa questa guerra.
Siamo dunque anche noi dentro la mira dei droni e dei missili iraniani? Settecento soldati italiani, dislocati – seppure con l’impegno di difendere Paesi amici (li immaginiamo amici in ragione del petrolio) – rappresentano infatti un avanzamento geografico e militare delle nostre posizioni politiche che porta con sè un rischio elevato di coinvolgimento diretto nel conflitto.













