«Melania Nicotra un giorno mi ha chiesto di andare al carcere di Bicocca, come era solita fare anche solo per farle compagnia mentre lavorava, e mi ha consegnato uno zaino, chiedendolo di darlo al figlio Francesco», così si è difesa Maria Agata Palermo davanti al gip durante l’interrogatorio preventivo nell’ambito dell’inchiesta sul furto del mitra dall’istituto penitenziario catanese. E poi ha aggiunto: «Non le ho chiesto di cosa si trattava, non mi sono stupita perché spesso Nicotra mi dava una borsa termica con generi alimentari in regalo che prelevava dal carcere». La donna, figlia del boss Francesco Palermo ucciso diversi anni fa, ha anche raccontato di aver scoperto che dentro lo zaino ci fosse una mitragliatrice solo quando aveva visto le foto pubblicate dai figli sui social network. La giudice per le indagini preliminari però crede che la versione fornita sia assolutamente inverosimile. «Può dirsi accertato - si legge nell’ordinanza - che Maria Agata Palermo aveva ricevuto e trasportato fino a casa, portandola in luogo pubblico, l’arma da guerra» fatta sparire da Bicocca. Tuttavia «non è affatto credibile - annota la gip - che l’indagata ignorasse il contenuto di quel pacco, sia per il peso, la forma e le dimensioni inconfondibili e per nulla simili a una borsa frigo contenente generi alimentari, sia per le precauzioni che era necessario adottare per un trasporto così rischioso». Su questa valutazione la gip porta ad esempio una conversazione finita nei faldoni dell’indagine: «Maria Agata Palermo si rifiutava di comprare un pacchetto di sigarette da un cliente a cui avrebbe dovuto di lì a poco consegnare sostanza stupefacente, per non trattenersi per strada più del tempo strettamente necessario con indosso il carico illecito».