di
Luca Angelini
La politica energetica di Trump si basa sulle fonti energetiche fossili, ma il vantaggio della Cina è aver sviluppato un ampio ecosistema sulle rinnovabili, che si sta diffondendo anche in Africa
Questo articolo è uscito all’interno de La Rassegna del Corriere della sera: per riceverla clicca qui
La politica energetica di Donald Trump è, notoriamente, condensata in tre parole: «Drill, baby, drill!». Trivellate, gente, trivellate. Oppure scavate o magari usate il fracking, la fratturazione idraulica delle rocce. Ma, in ogni caso, tirate fuori da sottoterra tutto il carbone, il gas e il petrolio possibile. Se dal conto si escludesse il danno delle emissioni fossili per il pianeta e per chi lo abita (danno che quest'estate di incendi, ondate di calore e temporali e grandinate da paura fa di tutto per ricordarci), il presidente americano potrebbe rivendicare, dal suo punto di vista, qualche successo, visto quanto è aumentata, ad esempio, la vendita dall'estero di gas naturale liquefatto (Gnl) americano (qui un'analisi di Federico Fubini sui rischi di dipendenza europea).






