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Lele Adani

Il ct riparte da scuse, bel gioco e identità tattica. L'unione tra il coraggio della sua gestione e la valorizzazione dei giovani fatta da Baldini è la via per ritrovare vittorie e amore per la maglia

Il dispiacere insieme alle scuse sono state l’introduzione della conferenza stampa di Roberto Mancini. Poi, alla prima domanda, il nuovo-vecchio ct azzurro è stato chiaro su come guadagnarsi il riscatto: «Spero che la squadra possa giocare così bene da ricevere il perdono per quanto è successo tre anni fa». «Giocare bene» è stata la frase manifesto quindi della sua nuova gestione. E la nuova-vecchia strada ideologicamente riparte da quel periodo (Europeo vinto, imbattibilità record) in cui l’Italia, con lui, era tornata a essere una squadra rispettata e rispettabile, in mezzo a un ventennio di frustrazioni con proposte non efficaci.

Una strada chiara ma che forse deve, a maggior ragione oggi, essere letta con più attenzione. I 37 risultati utili consecutivi non sono solo stati fatti attaccando: prendiamo le due partite più importanti della gestione di Mancini. Nella semifinale dell’Europeo con la Spagna dell’allenatore probabilmente più rivoluzionario dell’ultimo decennio, Luis Enrique, gli azzurri sono costretti a difendersi ma lo fanno da squadra matura e consapevole e soprattutto lo fanno senza rinunciare ad attaccare.