«Quasi quasi non dico più: venite, staccate la spina e fatevi una risata. Dico: attaccate la spina e fatevi una lacrima». C’è forse tutta l’evoluzione umana di Paolo Ruffini in questa frase. La risata resta, ma oggi non basta più. Vuole che il pubblico senta qualcosa e che esca dal teatro diverso da come è entrato.
È anche da qui che nasce «Din Don Down – Alla ricerca di (D)io», lo spettacolo con la Compagnia Mayor Von Frinzius. Dopo i diecimila spettatori dell’Arena di Verona, il tour toccherà la Puglia il 5 e 6 agosto a San Pancrazio Salentino e il 15 settembre alla Fiera del Levante di Bari.
Dopo «Up&Down», Ruffini ha deciso di «scomodare Dio», ma quella D nel titolo può comparire e scomparire. «Come Colombo: cercando Dio troviamo l’io e cercando l’io troviamo Dio. Non credo che il divino sia soltanto nell’alto dei cieli. Credo sia anche da qualche parte dentro di noi».
Il centro, però, sono i suoi compagni di scena. Con loro Ruffini rifiuta ogni pietismo. «Non c’è niente di più volgare del “poverino”. Anche dire “sei speciale” può essere discriminante: se sei speciale, allora vai tra gli speciali. Io non voglio sottolineare lo scalino». Per lui l’inclusione è semplice: «Ti poni come con chiunque altro, senza trattarlo come diverso».







