Ci sono persone che, appena iniziano a parlare, costringono a rivedere l’idea che ci siamo fatti di loro. Aurora Quattrocchi è una di queste. La si incontra immaginando di ascoltare il racconto di una lunga carriera, di un premio arrivato dopo decenni di teatro e di cinema, di un successo finalmente riconosciuto. E invece, dopo pochi minuti, ci si accorge che tutto questo per lei è quasi un dettaglio. Il David di Donatello conquistato per Gioia mia, il film che accompagnerà il 30 luglio al Magna Graecia Film Festival, è certamente una tappa importante. Ma non è il centro del suo racconto. Il centro è la vita. Una vita che Aurora Quattrocchi osserva ancora con lo stupore di chi sente di avere molto da scoprire. Non ama fare bilanci, non conta gli anni, non misura la propria esistenza attraverso i traguardi raggiunti. Persino definirsi attrice, racconta, le è costato moltissimo tempo. Ha sempre preferito vivere piuttosto che giudicarsi, attraversare le esperienze invece di catalogarle, lasciarsi sorprendere da ciò che arrivava senza trasformare ogni occasione in una conquista personale. La sua è una vitalità che spiazza. A ottantatré anni parla del futuro più che del passato. È convinta che l’umanità, prima o poi, saprà ritrovare se stessa. Guarda la natura come una manifestazione del sacro, considera il teatro una forma di libertà e continua a ripetere che la vita è la forza più grande che esista. Poi, quasi all’improvviso, dice la frase che probabilmente la racconta meglio di qualsiasi biografia: «Vorrei che mi spuntassero le ali». Non è una battuta. Non è nemmeno una metafora costruita. È il desiderio autentico di una donna che continua a sentirsi in cammino, che non ha smesso di immaginare un altrove e che conserva ancora il bisogno di volare. Forse è anche per questo che i suoi personaggi sfuggono sempre agli stereotipi. Aurora Quattrocchi non li interpreta per dimostrare qualcosa. Li accoglie. Si apre completamente, lascia che le entrino dentro, convinta che ogni essere umano custodisca possibilità che spesso ignora perfino di possedere. È un modo di intendere la recitazione che coincide quasi con un modo di stare al mondo: senza difese, senza giudizi affrettati, con la curiosità di chi continua a cercare. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie ad Aurora Quattrocchi non c’è soltanto una delle più grandi attrici italiane, premiata quest’anno con il suo primo David di Donatello. C’è soprattutto una donna che parla d’amore senza sapere se abbia davvero amato, che ride della propria età senza subirla, che non ha mai inseguito il successo e che continua a credere, con una sincerità quasi disarmante, che la libertà sia il bene più prezioso. Una donna capace di alternare ironia e profondità con la stessa naturalezza, di passare da una riflessione sul destino dell’umanità al ricordo di una canzone jazz, da una critica alla società al sorriso di chi, in fondo, continua ad aspettare che un giorno, davvero, le spuntino le ali. È forse questo il segreto di Aurora Quattrocchi: non aver mai smesso di sentirsi viva. E, ascoltandola, si ha la sensazione che la sua più grande interpretazione non sia un personaggio, ma il modo in cui continua, ogni giorno, ad abitare la vita.
Aurora Quattrocchi, l’intervista all’attrice: “Vorrei che mi spuntassero le aliˮ
Aurora Quattrocchi guarda al futuro con ironia e stupore, nel segno di una vita vissuta inseguendo un'unica libertà: quella di essere se stessa







