«La scherma costituisce una scienza esatta, come la matematica, in cui la somma di determinati fattori conduce inevitabilmente allo stesso risultato». Sono le parole di Jaime Astarloa, il protagonista di Il maestro di scherma, l’avvincente romanzo di Arturo Perez Reverte che è forse l’opera narrativa più nota fra stoccate e parate. Il problema è che quei «determinati fattori» sono maledettamente tanti e allora per arrivare sempre allo «stesso risultato» c’è sempre un’alta montagna da scalare.

Forse certe volte uno se lo dimentica e così un successo o una medaglia nella scherma, lo sport più vincente a livello di Olimpiadi dello sport italiano, fa meno notizia. Maledizione di chi è in qualche modo condannato a vincere dal suo stesso curriculum. L’Italia lo sa: negli ultimi Giochi, a Tokyo 2021 (prima volta senza ori dal 1980, “solo” tre argenti e due bronzi) e a Parigi 2024 (un oro con le ragazze della spada, tre argenti e un bronzo) l’ha fatto meno di altre volte ed è sembrata una mezza disfatta. Scherzi di una tradizione prodigiosa. Ora, però, guardiamo alle Olimpiadi, l’appuntamento è fra due anni, con tanta fiducia. E il merito è anche dei Mondiali che si sono appena conclusi a Hong Kong con un netto passo avanti dell’Italia in pedana rispetto alla rassegna iridata di un anno fa a Tbilisi.