Secondo un sondaggio di Swg, appena pubblicato, la quota di elettori che attribuisce alle politiche di riconoscimento e difesa della propria identità (ma verrebbe da chiedersi esattamente quale?) la determinante fondamentale del proprio voto è del 47 per cento. Un italiano su due ritiene dunque più importante questo aspetto, di protezione, rassicurazione, scudo di fronte alle sfide o minacce della globalizzazione (immigrazione al primo posto). Molto più di tante altre questioni.
Le proposte economiche sono ritenute essenziali nell’orientamento della propria scelta elettorale solo dal 39 per cento degli intervistati. Quattro italiani su dieci non si sentono poi «rispettati e valorizzati». E questo sentimento è diffuso nei ceti più fragili, nell’area dell’astensione, ma anche - ed è questa la sorpresa del sondaggio - tra gli elettori di sinistra.
Il 30 per cento dei potenziali votanti poi si considera «trascurato e non compreso dalla politica». Di qualunque segno. Lo spauracchio principale di chi sceglie partiti di sinistra è una svolta autoritaria del Paese. Chi vota a destra elenca la minaccia islamica e la cultura woke. L’indagine di Swg - ed è anche questo un particolare curioso - nasce dalla lettura del saggio di Domenico Petrolo La stagione dell’identità, dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare (Franco Angeli). Petrolo, oggi consulente, è stato a lungo un esponente, anzi un dipendente del Pd, stretto collaboratore di Veltroni e Renzi. Fu responsabile della campagna del 2 per mille del partito.









