La nuova vita dell’ex M5s, ora apprezzato soprattutto dal centrodestra (e dal Pd). Il mandato europeo fino al 2027, le distanze dal suo vecchio partito e l'intesa con la premier sul rapporto con l’Arabia Saudita

«Ci stiamo dando del tu perché ce lo siamo sempre dati». Basta una frase, rivolta al presidente della commissione Esteri Giulio Tremonti, per ricordare che Luigi Di Maio alla Camera non è esattamente un audito qualunque. A Montecitorio è entrato per la prima volta nel 2013, a 26 anni, diventandone vicepresidente. Poi è stato capo politico del Movimento 5 Stelle, vicepremier, ministro dello Sviluppo economico e ministro degli Esteri. Torna davanti ai deputati con un titolo diverso ma non meno altisonante: rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione del Golfo.

Niente schermaglie né nostalgie per il passato. Per tutta l’audizione Di Maio è chiamato a parlare di Iran, Arabia Saudita, petroliere, droni, corridoi ferroviari e sicurezza marittima. Snocciola sigle come Gcc, Jcpoa e Gcap con la naturalezza di chi a Bruxelles, Riad, Doha e Abu Dhabi ormai è di casa.

Di Maio ora convince tutti

A colpire, prima ancora della relazione, è l’accoglienza che gli viene riservata. Nel 2023 la sua nomina europea fu accompagnata da polemiche soprattutto nel centrodestra. Antonio Tajani chiarì che si trattava di «una scelta legittima di Borrell», ma che non era «il candidato del governo italiano». Una scelta «negativa» e «non avallata né sostenuta in alcun modo», secondo la delegazione di FdI all’Europarlamento. Ancora più dura la Lega: «Quella di Bruxelles è un’indicazione vergognosa, un insulto all’Italia e a migliaia di diplomatici in gamba».