Il fuoriclasse brasiliano segnò la rete che considerava la più bella della sua carriera nel 1959 a Rua Javari. Nessuno aveva un filmato, ma DeepMind l’ha ricostruita partendo da archivi, testimonianze e riprese realiIl fuoriclasse brasiliano segnò la rete che considerava la più bella della sua carriera nel 1959 a Rua Javari. Nessuno aveva un filmato, ma DeepMind l’ha ricostruita partendo da archivi, testimonianze e riprese realiNel 1959, alla Rua Javari, il fuoriclasse brasiliano segnò la rete che considerava la più bella della sua carriera, di cui però nessuno aveva un filmato. DeepMind l’ha ricostruita partendo da archivi, testimonianze e riprese reali. Un esperimento che cambia il modo in cui immaginiamo la memoria sportivaDi quel gol fino a poco tempo fa era rimasta soltanto una fotografia. Il pallone è ancora in aria, il portiere del Juventus è disteso sul prato e alcuni difensori seguono l’azione ormai conclusa. Pelé compare sullo sfondo, vicino alla porta. Tutto ciò che era accaduto qualche secondo prima fu affidato ai racconti: è il 2 agosto 1959. Il Santos giocava contro il Clube Atlético Juventus all’Estádio Conde Rodolfo Crespi, il piccolo impianto della Rua Javari, nel quartiere Mooca di San Paolo. Pelé aveva diciotto anni e da poco più di dodici mesi era diventato campione del mondo con il Brasile. Quella domenica segnò tre volte nella vittoria per 4-0: la terza rete, però, arrivata nel finale è rimasta legata al suo nome anche più di tanti gol conservati negli archivi televisivi alimentandone la leggenda.Il racconto tramandato da Pelé e dagli spettatori presenti descrive una sequenza quasi irreale. Ricevuto il pallone nei pressi dell’area, il numero dieci lo sollevò sopra un difensore, poi sopra un secondo e un terzo avversario, un sombrero dopo l'altro. Quando uscì il portiere, lo scavalcò nello stesso modo e concluse di testa nella porta rimasta vuota. Il pallone, secondo la versione entrata nella storia del calcio brasiliano, non toccò mai terra. Pelé continuò a indicarlo come il gol più bello della propria carriera.Adesso la parte mancante di quella fotografia è stata riempita da Google DeepMind. Il progetto si intitola "The Most Beautiful Goal Never Seen" ed è stato realizzato insieme alla Pelé Brand, la società che amministra l’eredità del calciatore sotto la guida di NR Sports. Il risultato è un mini-documentario nel quale il gol viene mostrato attraverso una ricostruzione fotorealistica prodotta con modelli di intelligenza artificiale.Una leggenda raccontata dagli spaltiLa mancanza di un filmato contribuì alla fortuna del Gol da Rua Javari. Ogni spettatore poteva aggiungere una posizione un movimento, un dettaglio. Un po' come ogni aedo dell'antica Grecia aggiungeva o sottraeva un dettaglio alle versioni dei testi omerici. I racconti sul gol mai visto di Pelé coincidevano sulla successione dei pallonetti, mentre cambiavano il numero degli avversari superati e la distanza dalla porta. Era il normale lavoro della memoria, accentuato dalla fama raggiunta dal protagonista negli anni successivi.La ricostruzione di Google parte proprio da quelle divergenze. La storica brasiliana Anita Lucchesi e il suo gruppo hanno raccolto quasi duemila documenti: fotografie, giornali, mappe, piante dello stadio, album familiari e materiali relativi alle squadre e al quartiere, per oltre 3.600 immagini esaminate. Gli studiosi hanno incontrato i testimoni ancora in vita, tra i quali i tifosi del Juventus Angelo Agarelli e Vicente Romano Netto. Per aiutarli a collocare i ricordi, hanno utilizzato fotografie dell’epoca, diagrammi e un modellino dello stadio. Ai testimoni veniva chiesto dove fossero seduti, in quale direzione si fosse sviluppata l’azione e come avessero visto muoversi Pelé e gli avversari. Anche Raphael Herrera, il fotografo che fermò l’ultimo istante del gol, è entrato nel lavoro di ricerca.La quantità di materiali raccolti non elimina l’incertezza. Un archivio può mostrare le scarpe indossate dai calciatori, la disposizione delle tribune o le divise utilizzate quel giorno. Nessun documento, però, conserva la traiettoria completa del pallone durante un'azione che si esaurisce in una manciata di secondi. La produzione ha dovuto scegliere tra ricordi simili, interpretare i vuoti e stabilire una versione dell’azione. Google parla infatti di “ricostruzione”, una parola decisiva per capire il progetto: una rappresentazione ritenuta più attendibile dopo aver confrontato le tracce disponibili.Prima il campo, poi l’intelligenza artificialeLa produzione non è partita da un comando scritto dentro un generatore video, come facciamo noi quando chiediamo qualcosa a ChatGPT o Gemini. Google ha girato una prima versione dell’azione sul prato della Rua Javari, lo stesso terreno sul quale si giocò la partita del 1959. Gli attori hanno indossato uniformi ricostruite sulla base delle fotografie e utilizzato pesanti palloni di cuoio simili a quelli dell’epoca. Quelle riprese hanno fornito alla macchina una struttura fisica: corpi, accelerazioni, salti, distanze e tempi. L’intelligenza artificiale è intervenuta successivamente, trasformando gli interpreti nei giocatori del 1959 e riportando lo stadio al suo aspetto di allora. Google DeepMind ha utilizzato Veo, Gemini Omni e Nano Banana Pro: i modelli del momento hanno lavorato su tre elementi principali partendo dalla sostituzione dei personaggi fino alle scene dedicate al pubblico, comprese quelle ambientate nelle case dei tifosi che seguivano la radiocronaca, passando per la ricostruzione dell’ambiente e la creazione.La difficoltà maggiore ha riguardato proprio Pelé, il protagonista del filmato se lo dovessimo descrivere con la freddezza di un prompt. Generare un volto credibile non bastava: il corpo doveva conservare la velocità, l’equilibrio e la coordinazione dell’atleta. Per questo è stato impiegato un sistema chiamato "Performance Control", sviluppato a partire da Veo 3. Il software estrae dalle riprese dello stuntman una rappresentazione tridimensionale del movimento e la usa come base per la generazione video. Gli attori sono stati separati digitalmente dallo sfondo. I loro movimenti sono stati trasformati in sagome tridimensionali modificabili, mentre l’ambiente è stato ripulito e ricostruito a parte. Questo ha permesso di lavorare in maniera indipendente sui volti, sulle uniformi, sul prato, sulle tribune e sulle condizioni atmosferiche.Il procedimento ricorda da vicino la grande macchina di una produzione cinematografica, con una differenza sostanziale: l’intelligenza artificiale generativa ha sostituito una parte del lavoro che in passato sarebbe stata affidata alla modellazione manuale e all’animazione digitale.Una pellicola costruita per sembrare vecchiaLe immagini generate dai modelli non sono state considerate il prodotto finito. La post-produzione ha impiegato anche effetti visivi tradizionali per correggere la posizione del pallone, uniformare la luce, sistemare i colori e integrare la grana cinematografica. Alla fine il materiale digitale è passato attraverso una macchina per il filmout, il procedimento che trasferisce un’immagine digitale su pellicola. Google voleva ottenere le imperfezioni e la consistenza visiva del cinema degli anni Cinquanta.La scelta rende la ricostruzione più convincente. Rende anche meno evidente la distanza tra il materiale d’archivio e le immagini prodotte nel 2026. La grana, il bianco e nero e i piccoli difetti della pellicola funzionano come segnali di autenticità: siamo abituati ad associarli al passato, anche quando quello stesso passato è stato generato da un modello. L’intera operazione vive dentro questa ambiguità, da un lato il film che restituisce al pubblico un gesto sportivo altrimenti invisibile, dall'altro la fabbricazio di un’immagine capace di imporsi sui racconti che l’hanno preceduta. Tra qualche anno, chi cercherà il gol della Rua Javari troverà probabilmente per prima la versione di DeepMind. Il movimento ricostruito dallo stuntman, l’angolazione scelta dalla regia e la traiettoria definita in post-produzione finiranno per diventare “quel” gol, anche se nessuna telecamera li registrò nel 1959.Il gol era già stato ricostruitoGoogle non è stata la prima a provare a dare un’immagine all’azione. Nel 2004 il documentario Pelé Eterno, diretto da Aníbal Massaini Neto, aveva già riprodotto il gol al computer attraverso tecniche di animazione e motion capture. All’epoca la natura artificiale della sequenza era immediatamente riconoscibile. Una recensione pubblicata dalla Folha de S.Paulo la definì apertamente poco convincente.Il confronto tra le due versioni misura l’evoluzione avvenuta in poco più di vent’anni. La ricostruzione del 2004 illustrava un racconto. Quella di DeepMind può essere confusa, almeno a un primo sguardo, con un documento restaurato. Márcia Mayer, responsabile della produzione di Google DeepMind, ha spiegato alla Folha che due anni prima un film del genere non sarebbe stato possibile: la qualità dei modelli video non era ancora sufficiente. Secondo Mayer, anche la figlia di Pelé ha riconosciuto nel personaggio digitale i tratti e i movimenti del padre. Flávia Kurtz, figlia del calciatore, ha ricordato che Pelé si rammaricava spesso per l’assenza delle immagini e sarebbe stato orgoglioso di vedere l’azione ricreata con queste tecnologie. Il filmato è ora esposto al Museu Pelé di Santos: qui la ricostruzione cambia nuovamente statuto: lascia la campagna tecnologica di Google ed entra in uno spazio dedicato alla conservazione della memoria.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
Google ci ha permesso di vedere per la prima volta il gol più bello di Pelé
Il fuoriclasse brasiliano segnò la rete che considerava la più bella della sua carriera nel 1959 a Rua Javari. Nessuno aveva un filmato, ma DeepMind l’ha ricost






