La scorsa settimana una notizia ha fatto il giro del mondo. Durante un test di cybersicurezza, un agente di OpenAI è riuscito a evadere dalla propria gabbia digitale, l'ambiente protetto in cui era confinato, sfruttando una falla di sicurezza sconosciuta. Da lì si è collegato a Internet e ha trovato un modo per "hackerare" i sistemi di Hugging Face, il principale archivio online di modelli di intelligenza artificiale.

Il suo compito era recuperare alcuni dati presenti sulla piattaforma. Per il test, OpenAI aveva ridotto alcune delle normali protezioni dei propri modelli per valutarne le capacità offensive. L'agente non si è ribellato né ha preso iniziative proprie: ha semplicemente trovato un percorso che i suoi sviluppatori non avevano previsto. A scoprire l'intrusione è stata Hugging Face, che ha coinvolto l'FBI prima ancora che OpenAI si accorgesse dell'accaduto.

Per giorni il dibattito ha risposto alla domanda: dobbiamo preoccuparci? C'è chi ha visto nell'episodio il primo segnale di un'intelligenza artificiale sempre più autonoma e difficile da controllare. Altri, invece, lo hanno liquidato come una semplice operazione di comunicazione o di marketing, una storia ingigantita da OpenAI per attirare l'attenzione.