A un anno e mezzo dalla caduta del regime di Bashral al-Assad per mano del gruppo islmaista ribelle dell’attuale leader, Ahmed al-Sharaa, la Siria si trova in una difficile fase di transizione. Dopo aver raccontato la ricostruzione del Paese, dedichiamo la seconda puntata della serie al nuovo attivismo delle donne. «La rappresentanza non è solo una questione di numeri». Sono le parole scritte su uno dei cartelli esibiti ad Aleppo lo scorso 1° luglio da alcune donne, nel corso di un sit-in che si è svolto poche ore dopo l’ufficializzazione dei nomi dei rappresentanti dell’assemblea popolare scelti dal presidente ad interim Ahmad al Sharaa. La protesta ha rappresentato un momento importante in cui le donne hanno fatto sentire il proprio disappunto per la bassissima rappresentanza femminile (ferma al 10%) nella politica siriana dell’era post al-Assad. Aisha al Khatib, studentessa e leader del movimento “Power of Decision Through Women’s Voices”, tra le organizzatrici dell’iniziativa, ha chiarito: la ricostruzione della Siria richiede «giustizia e democrazia basate sul merito piuttosto che sul genere». Tra le nuove parlamentari ci sono ex prigioniere politiche, professioniste con alti titoli di studio, un’attrice, e rappresentanti delle comunità curda, cristiana, sunnita e alawita, ma le manifestanti vogliono che alla forma si accompagni un coinvolgimento reale nella vita pubblica.In Siria, dove l’età media della popolazione femminile si assesta intorno ai 23,8 anni, la guerra ha avuto un impatto devastante su ogni generazione che ne è stata colpita. Dalle bambine che sono nate negli anni delle violenze e non hanno mai assaporato il significato delle parole pace e libertà, alle giovani a cui le violenze e lo sfollamento hanno inferto dolore e rubato la spensieratezza e anni di studio, fino alle donne adulte e anziane, che si sono ritrovate da sole, con gli uomini al fronte o fuggiti, costrette ad affrontare pericoli e privazioni, e a impegnarsi a gestire famiglie, comunità, quartieri, resi particolarmente vulnerabili. Le donne in Siria, come gli uomini, hanno subito anni di bombardamenti, assedi, aggressioni armate di fazioni diverse, ma in quanto donne sono state esposte anche all’uso della violenza di genere come arma, da parte di tutte le fazioni che si sono combattute. I corpi delle donne, nelle loro case, nei posti di lavoro, nelle prigioni, nelle tendopoli, sono diventati un terreno dissacrato, vilipeso, in un contesto, quello mediorientale, dove una persona violata spesso si trova a subire lo stigma sociale e l’emarginazione, anziché essere sostenuta nel diritto a chiedere giustizia. Le conseguenze della guerra, per tutte, si sono tradotte in condizioni di vita precarie, povertà, incertezza, e paura che il sogno di libertà che ha animato il cuore di molti si trasformasse in una nuova erosione dei diritti e in mancanza di sicurezza. Proprio questo ultimo punto sta assumendo contorni preoccupanti. L’organizzazione Syrians for Truth and Justice ha documentato, negli ultimi mesi, casi di donne e ragazze uccise in circostanze sospette. Si tratta di crimini che, dietro il linguaggio dell’“onore” e della “reputazione familiare”, mirano in realtà a negare alle donne il diritto fondamentale all’autodeterminazione. La Ong denuncia che spesso «famiglie e comunità occultano le prove, presentando gli omicidi come incidenti o suicidi e scoraggiando testimoni e parenti dal parlare per paura dello stigma e delle ritorsioni».L’attuale sistema giudiziario punisce il cosiddetto “delitto d’onore”, ma nella pratica purtroppo mancano spesso le denunce e si insabbiano le prove, specie nelle aree rurali, più chiuse e conservatrici. Non si tratta di un fenomeno inedito, ma ora le inchieste delle Ong aiutano a far emergere questi femminicidi e a denunciarli. Un’altra drammatica realtà è legata al fenomeno delle sparizioni forzate, in particolare di donne alawite. Queste ultime, dopo la caduta del regime, sono state prese di mira insieme a tutta la loro comunità, che subisce una sorta di “punizione collettiva” per la comune appartenenza con la famiglia al-Assad. Gli alawiti vengono considerati “i vinti” e, complice un atteggiamento spesso omertoso, se non complice, da parte delle nuove autorità, sono presi di mira, minacciati, uccisi. A marzo 2025, nel cosiddetto “massacro della costa”, oltre 2mila civili alawiti inermi, in particolare donne e bambini, sono stati sterminati mentre erano nelle loro case. In un comunicato del luglio 2025, esperti delle Nazioni Unite hanno espresso «grave preoccupazione» per il rapimento di almeno 38 donne e ragazze alawite, di età compresa tra i tre e i 40 anni, in diversi governatorati, tra cui Latakia, Tartous, Hama, Homs, Damasco e Aleppo. Da allora la situazione non è migliorata e le risposte del governo, secondo attivisti e giuristi, sono «molto deboli, insufficienti, fino a rasentare la palese connivenza».Molte donne siriane, non sentendosi al sicuro, restano in diaspora, altre, invece, hanno deciso di arruolarsi. Nel marzo 2026, il Ministero dell’Interno ha inaugurato il primo Istituto di polizia femminile del Paese, presentato come «centro specializzato per la formazione e la qualificazione del personale femminile». Le autorità hanno reso noto che sono arrivate 15mila domande di iscrizione, per 200 posti. Molte candidate hanno dichiarato di «voler indossare la divisa per difendere sé stesse e le altre donne». Nonostante questo quadro di abusi e violazioni, nella Siria che tenta di lasciarsi gli orrori del passato alle spalle esistono spazi di resistenza e di cura, costruiti grazie alle iniziative dal basso di donne di età, formazione ed etnia diversa. Molti centri per donne e ragazze erano attivi, segretamente, anche durante la guerra, altri hanno lavorato in diaspora, grazie all’iniziativa di donne nella condizione di profughe, che hanno messo insieme esperienze e competenze per fare rete, assistere vittime di violenza, famigliari di persone scomparse, donne con disabilità. Alcune di queste realtà, dopo la caduta del regime, hanno trasferito le sedi in Siria, avviando campagne di sensibilizzazione, iniziative di formazione per operatori sociali e giudiziari, e progetti di riforma legislativa allo scopo di contrastare la cultura dell’impunità e di promuovere l’uguaglianza di genere. Nel 2026 è nata la Women-Led Organization Platform, una rete nazionale che riunisce oltre 150 organizzazioni guidate da donne, che ha definito una strategia comune per rafforzare la partecipazione femminile nella ripresa del Paese.Sul piano politico il Syrian Feminist Lobby si è recentemente distinto per le sue posizioni di denuncia delle violazioni e dell’inerzia dell’attuale governo nel contrastare efficacemente i sequestri di donne alawite e, più in generale, i casi di violenza di genere. Un’altra realtà molto attiva è il Syrian Women’s Political Movement, che lavora dal basso con l’obiettivo di portare, nei prossimi anni, un aumento della partecipazione delle donne nelle sedi decisionali e una percentuale femminile non inferiore al 30% in quelle istituzionali. Non meno importante è il lavoro di associazioni come Al Istiqrar, che operano per offrire formazione e orientamento a donne vulnerabili. Un progetto, in particolare, mira a rieducare, deradicalizzare e inserire socialmente donne che sono state detenute al campo di al Hol. «Hanno una visione del mondo chiusa e considerano tutti nemici», racconta L.A. avvocata dell’associazione. «Il nostro obiettivo è farle tornare nel presente, aiutarle a capire che hanno una seconda possibilità, forse l’ultima, di avere una vita degna di questo nome».(2. Continua)