La tragedia. Urla, colpi di arma da fuoco e sangue. A ridosso dei cancelli delle Officine Reggiane, in via Agosti, ci sono persone riverse a terra. Alcune sono immobili, altre gemono. Paura e disperazione si diffondono tra i lavoratori. È il 28 luglio 1943, quando si registra una delle pagine più tragiche della storia centenaria dell’azienda, con morti e feriti. Viene indicata come "L’eccidio delle Reggiane".
Ma cosa accadde, quel giorno? "Interrotto il lavoro, gli operai vollero uscire dalla fabbrica per portarsi al centro della città; la colonna delle maestranze, che recavano grandi ritratti di Vittorio Emanuele III, si scontrò dinanzi ai cancelli con una pattuglia dei bersaglieri, i quali, ricevuto l’ordine d’impedire ad ogni costo l’uscita degli operai, fecero uso delle armi: nove persone, otto uomini e una donna, rimasero uccise", così scriveva lo studioso Sandro Spreafico nel libro "Un’industria, una città. Cinquant’anni alle Officine Reggiane" (Il Mulino, 1968), ricordando i fatti. Le vittime furono Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Eugenia Fava, Nello Ferretti, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Domenica Secchi, Angelo Tanzi. La Secchi era in gravidanza. L’Italia era in guerra, alcuni giorni prima Benito Mussolini era stato destituito e arrestato. Badoglio aveva indicato che "la guerra continua a fianco dell’alleato tedesco", mentre l’Esercito aveva avuto indicazioni di mantenere l’ordine pubblico e ricorrere alle armi, in caso di manifestazione. Nell’azienda di Santa Croce erano impiegate migliaia di persone per produrre armamenti, in particolare aerei. Tra le maestranze c’era la speranza che il conflitto si concludesse.







