Quando si acquista un’auto usata, il primo dato osservato dalla maggior parte degli automobilisti è quasi sempre lo stesso: il chilometraggio. Un numero basso sul contachilometri viene spesso associato a una maggiore affidabilità e a un valore superiore sul mercato, mentre una percorrenza elevata può far scattare dubbi e timori.

Ma nel mercato dell’usato c’è un aspetto che spesso viene sottovalutato: non conta soltanto quanti chilometri ha percorso un’auto, ma anche in quanto tempo li ha accumulati e in quali condizioni è stata utilizzata. Una vettura con 150.000 chilometri percorsi in dieci anni potrebbe aver avuto una vita completamente diversa rispetto a un modello con la stessa percorrenza raggiunta in appena tre anni. Nel secondo caso, infatti, il veicolo potrebbe essere stato impiegato come strumento di lavoro: taxi, auto a noleggio con conducente, veicolo aziendale, mezzo per consegne o per servizi professionali. Ed è proprio questa differenza a rappresentare uno degli elementi più importanti nella valutazione di un’auto usata.

Il rischio delle auto “da lavoro” nascoste nel mercato dell’usato

Secondo uno studio realizzato da carVertical, società specializzata nella raccolta e nell’analisi dei dati dei veicoli, una quota significativa delle auto presenti sul mercato può avere alle spalle un utilizzo molto più intenso rispetto a quello dichiarato. L’analisi considera un veicolo come utilizzato intensivamente quando supera la soglia di 36.000 chilometri all’anno, ovvero circa 3.000 chilometri ogni mese. Tra tutti i veicoli controllati dagli utenti italiani sulla piattaforma nel periodo 2025-2026, il 4,5% rientrava in questa categoria. Una percentuale che evidenzia come, dietro alcune auto apparentemente normali, possa nascondersi un passato professionale caratterizzato da percorrenze molto elevate.